AMNESTY E I DIRITTI GAY NEL MONDO

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Da Amnesty International allarme per le gravi violazioni dei diritti umani di gay, lesbiche trans in molte nazioni. Casi tra i più drammatici in Arabia Saudita, Corea e...

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ROMA – Amnesty International continua nella sua attività di monitoraggio e denuncia delle violazioni dei diritti umani che avvengono ancora oggi in molte nazioni. A fine maggio è stato presentato il rapporto 2005, nel quale anche l’Italia non fa particolare bella figura, soprattutto per quanto riguardo il settore immigrazione. Ostacoli per i richiedenti al diritto d’asilo, per il quale continua a mancare una legge specifica e organica, ed espulsioni verso paesi a rischio di violazione dei diritti umani: queste le critiche più severe mosse al nostro paese. Oltre alla compilazione di questi rapporti annuali che offrono una panoramica generale Amnesty mantiene anche gli occhi aperti sulla situazione dei diritti degli omosessuali nel mondo e anche da questo punto di vista il quadro offre dei punti di serio allarme e situazioni che è poco definire da tempo dei barbari.

In Arabia Saudita, uno tra i più importanti paesi al mondo nella produzione del petrolio e con un ferree relazioni con paesi come gli Stati Uniti, poche settimane fa una trentina di persone sono state condannate ad essere frustate e poi arrestate semplicemente per aver presenziato a quello che è stato definito un “matrimonio omosessuale”. È successo a Jeddah nel marzo scorso. Le pene inflitte da una Corte della città di Jeddah vanno dalle 200 alle 2000 frustate e dai sei mesi ai due anni di reclusione. Amnesty ha chiesto chiarimenti al Ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, esprimendo preoccupazione per la notizia che questi uomini subiscano questo trattamento unicamente a causa del proprio orientamento sessuale. La pratica della fustigazione è comunemente applicata in Sud Arabia per tutta una serie di reati, comprese quelle che vengono ritenute offese alla morale sessuale. La fustigazione è considerata una punizione crudele, inumana e degradante, assimilabile alla tortura, vietata dall’articolo 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che recita “Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumane o degradanti.”

Dalla Corea del Sud arriva invece la triste vicenda di Lim Taehoon, un 28enne attivista che dal 1997 chiede uguali diritti per le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Lim è stato arrestato il 26 febbraio 2004 per essersi rifiutato di adempiere al servizio militare e a fine anno era ancora detenuto nel Centro di detenzione di Seoul. In Corea il servizio militare è obbligatorio e non viene riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza per motivi religiosi o ideologici (pacifismo), per cui chi si rifiuta di “servire la patria” è automaticamente arrestato. Attualmente ci sarebbero più di 800 detenuti in Corea del Sud per questo motivo, la maggior parte di essi testimoni di Geova. Prima di finire arrestato Lim ha fatto attivismo per i diritti della comunità LGBT, chiedendo l’abolizione di leggi ingiuste, come quella per la Sicurezza Nazionale, organizzando campagne per migliorare le politiche governative per combattere l’AIDS e contro la censura di Internet. Durante la visita per l’abilità fisica al servizio militare a Lim furono poste domande specifiche riguardanti la sua sessualità. Avrebbe potuto essere assegnato ad un servizio civile alternativo se avesse accettato di presentare il degradante documento delle autorità militari che lo identifica come individuo dalla “personalità disordinata” o come “disabile comportamentale”. Lim si è rifiutato, chiedendo un’espansione dell’alternativa civile al servizio militare per comprendere le persone che rifiutano il servizio militare per le loro convinzioni, credenze o fede religiosa. Amnesty International considera Lim un prigioniero di coscienza perché è detenuto per l’esercizio pacifico dei suoi diritti umani. Il suo caso ha avuto risonanza internazionale e c’è persino un pub inglese che lo ha “adottato” denunciandone l’ingiusta carcerazione. Tra le segnalazioni internet già apparse in Italia segnaliamo quella del circolo ArciGay Matthew Shepard di Modena nella quale si possono trovare anche dei modelli di lettera-appello da inviare alle autorità competenti e alla commissione coreana per i diritti umani.

Altro paese purtroppo meritevole dell’attenzione di Amnesty è la Giamaica, dove la situazione è drammatica, visto l’altissimo livello di omofobia ed i continui episodi di violenza contro lesbiche, gay e trans. Quest’odio cieco è spesso veicolato tramite i testi delle canzoni di certi cantanti, che si riferiscono ai gay con insulti e offese al ritmo di reggae. Visto che i rapporti omosessuali anche tra adulti consenzienti sono reato la polizia nella migliore della ipotesi non fa niente per impedire questo tipo di violenze e nella peggiore sono i poliziotti stessi che partecipano ai pestaggi. È di un anno fa l’omicidio di Brian Williamson, uno dei fondatori di J-Flag, l’unica organizzazione giamaicana che lotta per i diritti LGBT. Il caso Giamaica è da tempo noto, tant’è che non solo Amnesty ma anche l’associazione umanitaria Human Rights Watch (HRW) ha diffuso pochi mesi fa un proprio rapporto sulle violenze e discriminazioni ai danni delle persone LGBT, così pure contro persone affette da HIV/AIDS. È evidente che in quel paese c’è un disperato bisogno di pressioni a livello internazionale affinché vengano varate leggi contro la discriminazione e presi provvedimenti contro coloro che si lasciano andare ad atti di violenza basati sull’odio legato alla diversità d’orientamento sessuale. In quello stesso rapporto HRW chiedeva anche l’abolizione della legge contro la sodomia. Il governo ha negato tutto, comprese le oltre 70 interviste documentate, e ha ribadito che la legge contro la sodomia rimane in vigore al fine di combattere la diffusione dell’Aids. Una palese assurdità, dal momento che è evidente che basta un profilattico per prevenire il rischio e visto e considerato che nel mondo intero la stragrande maggioranza dei nuovi casi riguarda ormai infezioni contratte tramite rapporti eterosessuali. La polizia dal canto suo non ha trovato di meglio che accusare Human Rights Watch e i suoi “complici locali” di “calunniare deliberatamente la polizia e lo stato”. Dal canto suo Amnesty International ha chiesto un incontro con i responsabili della Federazione di Polizia ma si è sentita rispondere che i suoi membri non erano disponibili. Pochi i segnali positivi, tra questi l’iniziativa di alcune aziende, tra cui la Red Stripe, la Pepsi Cola Jamaica e la Puma, che hanno preso posizione contro i cantanti che incitano all’odio attraverso i testi dei loro brani, ripromettendosi di non sponsorizzarli più in alcun modo. Tuttavia il livello di criminalità è come si è visto ad un livello intollerabile e moltissimo rimane ancora da fare perché le cose cambino ed il paese diventi più vivibile per tutti, gay e lesbiche compresi.

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Per ulteriori informazioni e approfondimenti su queste tematiche si rimanda al sito ufficiale dell’organizzazione. Per chi volesse eventualmente mettersi in contatto con il Coordinamento Discriminazione Sessuale – LGBT l’indirizzo e-mail è coord.lgbt@amnesty.it.

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