Annullato il Gay Pride di Belgrado

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Città blindata con inutili plotoni di poliziotti in assetto antisommossa e tanti giornalisti stranieri delusi e smarriti. Scene di una Belgrado che non ha avuto il suo Gay...

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Il Gay Pride di Belgrado è stato annullato. Avrebbe dovuto tenersi domenica 20 settembre, otto anni dopo un primo tentativo, poi sfociato nella violenza e nel sangue. Il primo ministro serbo si era dichiarato "personalmente contrario" alle rivendicazioni omosessuali ma considerava fondamentale in una democrazia il loro diritto di manifestare. Inoltre, alcuni ministri avevano aderito, dichiarando di voler partecipare personalmente al corteo.

Alla fine, però, ha prevalso la paura. Per giorni, infatti, le organizzazioni di estrema destra avevano affisso per la città centinaia di manifesti, minacciando di essere disposti a tutto pur di boicottare l’evento, per "non far passare il satanismo" e per "difendere la normalità". Nell’impossibilità (a sentir loro) di garantire la sicurezza e il tranquillo svolgimento dell’evento, le forze dell’ordine avevano chiesto agli organizzatori di spostare la marcia in periferia, lontano dal centro storico. Il no risoluto alla proposta ha portato quindi alla decisione del Governo di annullare il tutto, secondo qualcuno semplicemente un modo per uscirne puliti senza compromettersi in alcun modo.

Il risultato più evidente è che, nella capitale serba (ed ex capitale jugoslava), il giorno che avrebbe dovuto vedere gay e lesbiche sfilare a difesa della propria identità sembrava una domenica qualunque, con le famiglie a passeggio nel centro cittadino. Un ottenuto ritorno a quella normalità tanto sbandierata, se non fosse stato per i plotoni di poliziotti in assetto antisommossa stile Robocop e per i tanti giornalisti stranieri delusi e smarriti, in cerca di qualcuno da intervistare. Di omosessuali nemmeno l’ombra, come pure dei nazistelli ultranazionalisti ultrastronzi nemmeno, forse tutti allo stadio vista la concomitanza con una partita di calcio. Tanto questi potevano dire a ragione di aver vinto e salvaguardato quella ‘normalità’ tanto sbandierata che (non diversamente dall’Italia) rende il loro Paese uno dei più arretrati d’Europa in materia di diritti civili. Le ultime notizie ricevute stanotte dai miei amici Sara e Stefano, partiti per Belgrado appositamente per seguire il Pride e rimasti con poco più di un pugno di mosche, riferiscono di un aggressione a un australiano: "Ora se la prendono con gli stranieri visto che i gay si sono nascosti… È triste… Ma è così. Comunque la città è ancora blindata".

Ben diversa la realtà nelle altre repubbliche della ex Jugoslavia, in particolare in Croazia, Macedonia e Slovenia: un ragazzo sloveno ci ha addirittura precisato che nel loro Paese esistono leggi in materia che da noi sono ancora allo stadio di vuote parole, aggiungendo che loro non saranno forse la Scandinavia ma si stanno "muovendo in quella direzione". In un momento in cui l’attenzione sull’omofobia è molto alta e qualcosa si sta muovendo dal basso (e speriamo non si fermi), nasce spontanea la considerazione che, in Europa, a fare compagnia all’Italia siano rimasti in pochi e, tra questi pochi, la Serbia, Paese oltretutto fuori dall’Unione Europea. Una triste giornata per loro e una vuota consolazione per noi.

(foto di Sara Pettinella)

di Flavio Mazzini

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