‘CASE CHIUSE’ PER I GAY

di

La progressista Emilia Romagna nega gli aiuti per la prima casa alle coppie non sposate. "E' un imposizione del Ministro" spiega l'assessore. Ma in Toscana sembra vincano i...

CONDIVIDI
0 Condivisioni Facebook Twitter Google WhatsApp
518 0
518 0

Clicca mi piace per non perdere nemmeno una notizia.


PISA – Ma i gay sono famiglia o no? E i conviventi etero? Mentre una definizione legislativa che metta chiarezza tarda ad arrivare, a farne le spese, in questo clima culturale e politico intriso di bigottismo, sono proprio loro: le coppie non sposate. Soprattutto quelle gay e lesbiche, naturalmente, o quelle comunque senza figli. A loro, infatti, nella regione Emilia Romagna – e se succede lì, è molto probabile che avvenga lo stesso in altre parti d’Italia – sarà negato qualsiasi aiuto per l’acquisto della prima casa. Il motivo è presto detto: il ministro leghista Maroni ha autonomamente deciso di destinare questi aiuti solo alle coppie sposate. Senza eccezioni? A dire il vero una ci potrebbe anche essere: se due non si sono ancora potuti sposare ma intanto hanno fatto un figlio, vabbè, allora si chiude un occhio e un aiuto si dà anche a loro: magari con la raccomandazione di mettersi presto in regola davanti all’altare…

Alla faccia della politica europea della non-discriminazione… E meno male che qualche amministrazione regionale, come quella toscana, sembra essere abbastanza coraggiosa di opporsi al ricatto del ministro. Perché di ricatto si tratterebbe.

Facciamo ordine. La Finanziaria 2003 (quella, dunque, approvata nel 2002) assegna gli aiuti per l’acquisto della prima casa inclusi nel Fondo Sociale, alle “famiglie di nuova costituzione”. Nessuna specificazione è aggiunta. Ad aprile arriva Maroni, che vara un decreto in cui quantifica i suddetti fondi, stabilisce la ripartizione tra le regioni, e specifica che gli aiuti per l’acquisto della prima casa vanno assegnati alle “famiglie di nuova costituzione, secondo l’articolo 29 della Costituzione”. Quindi, regolarmente sposate. Altrimenti, nisba.

La precisazione contenuta nel decreto è, secondo molti, arbitraria. E’ la Finanziaria, infatti, ad aver effetto di legge: il decreto ministeriale è un atto minore, una lettura della legge finalizzata a fornirne le specificità applicative, e non può fare scelte non contenute nella legge.

Tuttavia, l’assessore alle politiche sociali della regione Emilia Romagna Giuliano Borghi (foto), assicura che il Ministro ha posto una pesante condizione su questo punto per l’assegnazione del Fondo. In sintesi: o fate così, o non vi diamo il Fondo Sociale.

«Ho contrastato in ogni modo l’indicazione contenuta nel decreto – ci riferisce l’assessore – E’ una misura inutile, demagogica e strumentale. Le nostre politiche sono di sostegno alle famiglie, non alla famiglia. Ma avendo bisogno dei soldi del fondo sociale, ci siamo visti costretti a sottoscrivere l’accordo. L’unica cosa che abbiamo ottenuto è di destinare metà di quel fondo alle politiche di sostegno dell’infanzia».

In sostanza Borghi ammette che è stato dettato un vero e proprio ricatto, cui l’amministrazione regionale ha dovuto cedere. Ma non è dello stesso parere il consigliere DS della regione Toscana Filippo Fossati (foto): «Il Ministro non può porre condizioni – dice – Con quel decreto il Governo ha operato una forzatura rispetto al testo della legge finanziaria. Ma se Maroni ha voluto la forzatura, non può però decidere di dare i soldi solo a chi vuole lui. Assegnarli alle sole famiglie sposate è un desiderio del Ministro, che noi possiamo disattendere. Semmai sarà aperto poi un contenzioso…». Secondo Fossati, dunque, le condizioni poste dal decreto non sarebbero affatto vincolanti: tant’è vero che una bozza di delibera presentata dall’assessore regionale Passaleva che già prendeva in parte le distanze dalle indicazioni ministeriali, è stata momentaneamente bloccata per iniziativa di Fossati e altri consiglieri perché giudicata ancora discriminatoria.

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:


Commenta l'articolo...