“Ecco cosa sta succedendo in Cecenia”: parla l’attivista LGBT Svetlana Zakharova

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L'attivista di Russian Lgbt Network, l’unica associazione russa che si sta occupando dei superstiti e raccogliendo le denunce sulle prigioni segrete.

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Le notizie dei campi di concentramento per uomini gay in Cecenia hanno spostato l’attenzione della comunità internazionale sul rispetto dei diritti umani in questa piccola repubblica caucasica che appoggia le politiche di Putin in tema LGBT: in questi giorni veri e propri rastrellamenti, torture e detenzione di persone accusate di essere gay hanno fatto muovere Amnesty International e migliaia di persone indignate in tutto il mondo.

In molti hanno messo in dubbio la veridicità di fatti che appaiono sconcertanti: un centinaio di uomini arrestati e torturati solo in quanto omosessuali (o presunti tali) e almeno tre morti. Wired ha contattato Svetlana Zakharova, attivista di Russian Lgbt Network, l’unica associazione russa che si sta occupando dei superstiti e raccogliendo le denunce sulle prigioni segrete. L’associazione ha anche organizzato un piano di evacuazione per le vittime, ma per motivi di sicurezza, su questo non sono stati diffusi dettagli.
Ecco l’intervista integrale.

Cosa sta succedendo in Cecenia?

“Quello che avete letto sui giornali è tutto vero. Sappiamo di due prigioni destinate solo a uomini gay, più di un centinaio. Le prime indiscrezioni le abbiamo avute alla fine di febbraio, ma solo dopo abbiamo potuto verificarle tramite le prime testimonianze”.

Come sapete che chi vi ha cercati dice la verità?

“Sono persone molto diverse tra loro che hanno in comune solo, a volte, gli incontri sessuali. Le testimonianze, invece, sono estremamente simili tra loro. Raccontano le stesse torture, gli stessi luoghi”.

Due prigioni? Le ultime informazioni parlavano di una certa.

“No, abbiamo prove di due prigioni, ma abbiamo motivo di credere che siano di più”.

E cosa succede in queste prigioni?

“Gli uomini che sono riusciti a contattarci, circa quaranta, ci hanno raccontato di torture fatte con l’elettricità. Spesso vengono colpiti con oggetti molto pesanti. Inoltre, sono tenuti senza cibo in celle da trenta, quaranta persone ciascuna. Questo ci fa pensare che siano più di cento le persone detenute in totale”.

Si è parlato anche di tre morti. È vero?

“Sì, è vero. Tre sono i morti accertati, ma abbiamo molte testimonianze che parlano di altre persone decedute. È ragionevole pensare che siano di più, ma è un dato che non siamo in grado di verificare, al momento”.

Come sono state catturate le persone con cui avete parlato?

“Alcune tramite appuntamenti ingannevoli organizzati tramite app. Altre semplicemente fermate per strada da uomini con la divisa da militari. A queste ultime è stato preso il cellulare per cercare prove del fatto che fossero omosessuali e, quindi, arrestarle. Le torture servono poi per avere altri nomi di presunti gay da arrestare”.

Come sono riuscite a farsi liberare gli uomini di cui avete raccolto le testimonianze?

“Alcune hanno ceduto alle torture. Ma altri uomini sono stati liberati e restituiti alle famiglie. In Cecenia esiste il delitto d’onore e l’omosessualità è considerata un disonore. Le autorità sperano in questo”.

A proposito, le uniche dichiarazioni delle autorità cecene che ci sono pervenute sono quelle che negano l’operazione, sostenendo in Cecenia che non ci sono gay.

“Noi abbiamo chiesto ufficialmente un’indagine, ma non è mai partita. In un’intervista radio, Kheda Saratova, responsabile per i diritti umani per conto del presidente Kadirov (una sorta di difensore civico) ha dichiarato di non avere ricevuto alcuna richiesta e che anche se l’avesse ricevuta, non avrebbe dato seguito. Quando le hanno chiesto qualcosa sul delitto d’onore, ha risposto che sono affari delle singole famiglie”.

Le persone liberate come riescono a contattarvi?

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“Abbiamo attivato una hotline e molti usano quella. Dei contatti sono arrivati anche tramite giornalisti o altre associazioni che si occupano di diritti umani”.

Ed è un metodo sicuro?

“Purtroppo sappiamo che la hotline può essere usata dalle autorità per intercettare altri gay. Ma non abbiamo altro modo”.

Esistono gruppi di supporto in Cecenia?

“No, assolutamente. La situazione per le persone Lgbt è già difficile in Russia, ma in Cecenia è ancora peggiore. È una società molto chiusa, molto legata a tradizioni vecchie e che non prevedono alcuna apertura nei confronti delle persone Lgbt. È pericolosissimo fare coming out, impossibile organizzare un’associazione di qualsiasi genere”.

È la prima volta che succede una cosa del genere?

“In modo così massiccio sì. Ma di casi di persone omosessuali, o ritenute tali, che sono scomparse nel nulla ce ne sono moltissimi. Lo ripeto: è molto pericoloso, anche intervenire da fuori con semplici comunicati stampa”.

State ricevendo supporto dalla comunità internazionale?

“Sentiamo molta solidarietà e sostegno dall’estero. Non solo le associazioni, ma anche le istituzioni europee si sono attivate. In questo momento c’è bisogno che la pressione internazionale aumenti per fare in modo che si aprano delle indagini ufficiali e si trovino i responsabili”.

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