Chiude Babilonia: cronaca d’una morte annunciata

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Dopo 27 anni di vita (e tre fallimenti) chiude lo storico magazine gay italiano. Chi l'ha ucciso, mancanza di sponsor o un'analisi sbagliata del mercato gay italiano? Ecco...

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Era una voce che circolava da tempo: Babilonia chiuderà. Oggi la conferma: lo storico magazine gay italiano, l’unico ad essere venduto in edicola, non uscirà più. Il suo trasformarsi, all’inizio di quest’anno, in bimestrale anziché mensile, già fu un campanello d’allarme. E’ lo stesso direttore Lucia Contin ad annunciarlo con una lettera: "In tutti questi anni c’è sempre stata la speranza di riuscire ad ottenere qualche segnale positivo da parte degli inserzionisti, senza i quali, purtroppo, il giornale non può avere una sua indipendenza economica. Dopo oltre quattro anni di autofinanziamento l’editore ha posto un fermo". E conclude: "Cercheremo, fin dove ne avremo la possibilità, di ritornare in edicola. Pensiamo di uscire prima di fine anno con un numero speciale che raccolga un anno di attività. Questo è quanto. Ci spiace moltissimo ma non abbiamo altra scelta. Non ci è noto se comunque Babilonia continuerà a vivere online."

La storia – La notizia di certo non sorprenderà gli addetti ai

lavori. Molto probabilmente le nuove generazioni di gay non sono nemmeno a conoscenza dell’esistenza del magazine, i più "anziani" forse, con l’avvento dei vari free press (Clubbing, Pride, Lui), lo avevano dimenticato. Eppure quanta storia dietro a questo nome ispirato alla biblica città, capitale dell’antica Mesopotamia. Nata nel 1982 la rivista ha segnato e raccontato, mese dopo mese, ogni evoluzione del movimento e della cultura gay in Italia. In quegli anni il nostro paese non era certo avanti rispetto al resto d’Europa, ma prometteva bene e lasciava ben sperare. C’erano molti problemi da risolvere e traguardi ancora da raggiungere, ma – è proprio il caso di dirlo –  si stava meglio quando si stava peggio! L’Italia cattolica, ancora più bigotta e bacchettona di quanto non lo sia oggi, aveva un giornale gay, che come tale si proponeva, apertamente e dichiaratamente, senza nascondersi dietro ambigui titoli, venduto in edicola e ricco di contenuti e di cultura. Nel corso degli anni non erano mancati i problemi, l’avvicendarsi di varie direzioni al timone del giornale, un primo e un secondo fallimento e relative rinascite.

L’avventura di una editrice etero – Ci è sconosciuta la ragione

per cui Lucia Contin, una signora etero, della quale non siamo a conoscenza di precedenti esperienze editoriali, un giorno decida di prendere in mano la defunta testata e di farla rivivere. A lei sicuramente il merito di aver creduto nella causa gay e avervi lottato e investito per diversi anni, ma probabilmente la sua esperienza dimostra di come anche il cosiddetto pubblico gay sia diventato esigente e di come i tempi siano cambiati. Non riuscire a "stare al passo" porta inevitabilmente al fallimento. Nella sua accorata lettera, la signora Contin lamenta la mancanza di sponsor, eppure in passato, quando era impensabile che un qualsiasi brand potesse investire in pubblicità su una rivista gay, Babilonia riusciva a sbarcare il lunario e a proseguire, mese dopo mese, la sua avventura.

L’ex direttore – Così infatti ci spiega Giovanni Dall’Orto, ex

direttore di Pride che un tempo fu anche alla guida della vecchia Babilonia: «Babilonia non è morta, è stata uccisa! La rivista aveva una sua collocazione e viveva per vendere informazioni ai lettori, hanno voluto trasformarla in un qualcosa che avrebbe dovuto vivere con gli sponsor. Ai tempi d’oro vendevamo nelle edicole cinquemila copie e, anche grazie alle vari iniziative collaterali – come la casa editrice, gli speciali foto ecc. – riuscivamo a pagare gli stipendi di otto, nove persone. Per farti pagare 5 € in edicola devi vendere dei contenuti di un certo tipo. Adesso si sta rivelando il contrario, paradossalmente hanno più contenuti i vari free press che riescono a sopravvivere senza l’introito dell’acquisto in edicola. Non si può fare un TETU (rivista gay francese, ndr) italiano senza avere un investitore grande che ti finanzia alle spalle. E poi lo stesso TETU, oltre a immagini, moda ecc ha anche moltissimi contenuti di qualità. Lo stesso vale per ZERO (rivista gay spagnola, ndr).»

«Mi dispiace tantissimo – prosegue Dall’Orto – è un pezzo della mia vita che se ne va, ma era già una morte annunciata, aveva superato già tre fallimenti. Probabilmente ci vuole l’umiltà di dire che si è sbagliato sull’analisi del mercato gay italiano. E forse una donna etero non è in grado di capire il mercato gay maschile. Nel mondo etero c’è un’idea radicata rispetto a quello che i gay vogliono che forse è sbagliata.»

La valutazione del pubblico gay – In Italia spesso capita che

alcuni imprenditori, sia in campo editoriale, sia turistico, d’intrattenimento o di vario genere, cerchino di accostarsi al mercato gay in maniera talvolta un po’ superficiale, pensando sia un campo facile dove si possa fare denaro e speculazioni seguendo alcuni stereotipi (peraltro spesso sbagliati). Molto probabilmente non è così. In campo editoriale, ad esempio, ci sono moltissime riviste non gay che hanno tutta una serie di contenuti tali da soddisfare anche questo tipo di utenza. Giocare a fare i gay senza il massimo del professionismo ormai non funziona più. Il movimento è cresciuto, si sono fatti tanti passi avanti. Un bell’uomo seminudo in copertina oramai lo trovi su tutte le riviste di moda, o di fitness. Per parlare al mondo gay probabilmente queste armi non servono più, o meglio ancora servono, ma non devono e possono essere queste soltanto.

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