DALLA TOSCANA, LA CHIESA CAMBIA

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Dopo il riconoscimento delle coppie di fatto contenuto nello Statuto regionale, i vescovi toscani reagiscono con un documento ricco di apertura e di implicazioni importanti.

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Dopo il grande risultato dell’approvazione, in via definitiva, dello Statuto regionale della Regione Toscana, che afferma appieno la nostra dignità e il diritto di veder riconosciuti a pieno titolo i nostri legami sentimentali, sono opportune alcune riflessioni rispetto al ruolo giocato dalle gerarchie cattoliche in questa vicenda, e i possibili risvolti sul piano nazionale.
Leggendo con attenzione sia il Documento della Cet (Conferenza Episcopale Toscana) sia la successiva lettera inviata dal suo presidente, l’arcivescovo di Pisa, Alessandro Plotti (che è bene ricordare è anche vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana), si evincono due novità:
a) quando i politici si riappropriano del loro diritto-dovere di interpretare le aspirazioni di tutti i cittadini, difendendo con forza la laicità delle istituzioni democratiche, i risultati non tardano a venire: ogni interlocutore, portatore di visioni di parte, o di credo religiosi, si misura con rispetto con le esigenze altrui e tende a proporre mediazioni;
b) i documenti elaborati dai vescovi toscani, pur nella prudenza del linguaggio e non rinunciando a testimoniare le posizioni della Curia in materia di famiglia e di legami affettivi, si discostano nella sostanza da tutta la pubblicistica elaborata in questi anni dai responsabili dei dicasteri pontifici.
Non è un caso che ciò sia avvenuto in Toscana, sotto l’attenta guida di Alessandro Plotti, e in questo preciso momento storico. Senza enfatizzare, né intromettersi, rispetto alle sotterranee e vellutate lotte di potere che si starebbero consumando nei sacri palazzi e che di questi tempi si sente favoleggiare in più occasioni, visto l’oggettivo declino del pontificato di papa Giovanni Paolo II, si può dire senza allontanarsi dalla verità che i vescovi toscani, ma più in generale molti italiani, vogliono smarcarsi rispetto a posizioni che finora non hanno prodotto nulla di buono.
Molti alti prelati sanno che le richieste rivolte dai più stretti collaboratori del papa ai governi europei di non riconoscere diritti alle persone omosessuali si sono scontrate in alcuni casi con un deciso rifiuto all’intromissione, in altri con cortesi parole di comprensione ma sostanziali indifferenze sul piano pratico e che, in ultimo, anche in alcuni partiti di ispirazione cristiana sono state accolte con malcelato imbarazzo. Anche per questo, il candidato democratico Kerry (cattolico) è visto con sospetto se non con paura: meglio appoggiare il protestante Bush piuttosto che vedersi approvare una legge federale di riconoscimento delle unioni civili di cui le ripercussioni sarebbero incalcolabili.
Naturalmente, gli appelli sono stati raccolti ufficialmente da molti politici, e non sono mancate crociate e un grande attivismo da parte delle associazioni ecclesiali e politiche più reazionarie, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Curia esce pesantemente sconfitta.
Certo i nuovi paesi entrati nell’Unione Europea potranno consolare per qualche anno la gerarchia più ossificata e, soprattutto quelli di confessione ortodossia (molto più reazionaria del Vaticano in materia di sessualità e libertà individuali), fanno ben sperare il vecchio pontefice, che non a caso parla delle chiese ortodossa e cattolica come “dei due polmoni della cristianità mondiale”.
Ma, nelle università cattoliche, nelle conferenze episcopali di mezzo mondo, e scendendo a grandi passi dall’immensa piramide della struttura cattolica, fino alla diffusa comunità dei fedeli, nonostante le epurazioni, la riduzione al silenzio, i richiami verbali e scritti, non si è esaurito un dissenso che trae forza essenzialmente dalla lettura e dalla discussione di tanti scritti di eminenti teologi moralisti (questo sì un vero schiaffo per la gerarchia!), che contestano la mummificazione della Tradizione, l’utilizzo del Magistero come ai tempi dei papa re, l’assoluto conformismo che si è tentato di diffondere nei seminari e negli ordini religiosi.
Questo movimento, che sarebbe semplicistico definire “progressista” (anche perché al suo interno convivono convinzioni conservatrici) confuta, Bibbia alla mano, le indicazioni pastorali contenute nei documenti di Ratzinger, respinge sdegnosamente le rozze semplificazioni di alcuni cardinali, e, soprattutto, non condivide l’accanimento rispetto alla morale sessuale, che tra l’altro si è rivelato un boomerang, visti gli scandali a sfondo sessuale di cui si sono macchiati molti presbiteri.
Però per i consiglieri del papa, l’Italia rappresenta quel giardino di casa che non può essere ulteriormente ridimensionato dopo i colpi durissimi ricevuti dall’emancipazione femminile, dal diritto di famiglia, dal divorzio e dall’interruzione volontaria della gravidanza.
Ciò che è avvenuto in Toscana è ben più di un gesto (anche perché i vescovi non sono abituati a lasciare nulla al caso) che tentava una mediazione. Si tratta di un atto ben preciso e ponderato, che apre, ed è bene sottolinearlo, per la prima volta in Italia un dibattito interno alla Chiesa cattolica. Non mancheranno precisazioni, marce indietro e anche prese di distanza, ma la lettera di Plotti non potrà essere nascosta negli archivi segreti vaticani.
Dobbiamo saperlo, questo segnale è merito anche del nostro lavoro: aver insistito in questi anni sul tema del riconoscimento delle coppie gay, ci ha portato a definire sempre meglio le proposte, ad innescare un dibattito molto forte anche dentro la Chiesa, ha determinato l’interessamento di Comuni, Province e Regioni, che in molti casi sia con azioni concrete e sia con atti formali, hanno contribuito ad una nostra crescita. La battaglia per l’istituzione dei registri delle coppie di fatto, di cui quello di Pisa ha rappresentato un fortunato apri pista, le norme introdotte in alcune leggi regionali sulla famiglia, e ora il nostro contributo di idee nella redazione degli Statuti regionali, dimostrano quanto il movimento glbt abbia saputo fare il proprio dovere.
La Regione Toscana, e speriamo presto in modo definitivo le Regioni Emilia Romagna e Umbria, rappresentano istituzioni, che si sono assunte il ruolo, in assenza di una forte spinta nazionale, di aprire un vero confronto.
La nostra proposta di legge presentata al parlamento sul PACS è in questo senso lo strumento giusto nel momento storico che stiamo vivendo. Anche i cattolici della Margherita possono trovare nell’articolato quell’attenzione, appena accennata dai vescovi toscani, che si esplicita nel dare un segnale positivo a milioni di cittadini, e allo stesso tempo di conciliare tradizioni e sensibilità molto presenti nell’opinione pubblica. Se il dibattito si concentrerà sulla necessità che lo Stato riconosca formazioni sociali che vogliono donarsi solidarietà e sostegno, i tormenti della coscienza, che qualcuno potrebbe provare, potranno sicuramente essere soppesati, quando ci si troverà davanti alla scelta di concedere la possibilità a due persone adulte di volersi bene, aiutandosi e aprendosi così ad un rapporto “fecondo” che parla alla società, che aumenta il grado di civiltà e contribuisce a sconfiggere i tanti egoismi di cui è malata la nostra comunità moderna.
La differenza che passa tra le reiterate condanne della gerarchia vaticana rispetto al riconoscimento delle coppie gay e la frase dei vescovi toscani inviata come mediazione alla Regione è, quindi, a tutti chiara?: “il riconoscimento di alcuni diritti-doveri, inerenti le persone impegnate stabilmente in altre forme di convivenza”.
Certo, non è sufficiente, molti passi devono essere fatti, ma è ovvio che a noi compete il compito, se vogliamo davvero rappresentare le istanze concrete dei cittadini glbt, di ascoltare, discutere e confrontare le nostre e altrui posizioni.

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