Delitto Pasolini, tutto da rifare

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Pelosi racconta la sua verità su quella notte: "Finora ho depistato, ora posso parlare".

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È ancora lui, Pino Pelosi detto “la rana”, unico condannato per la morte di Pierpaolo Pasolini, a riaprire la questione, mai del tutto chiusa, a dire il vero.

Delle molte versioni date negli anni, di quella notte del novembre 1975, Pelosi oggi dice che erano depistaggi, ma che ora “i tempi sono maturi” per dire le cose come stanno. Dice, Pelosi, che quella sera erano in sei, all’idroscalo di Ostia e che Pasolini fu attirato lì con un inganno. La scusa, era il tentativo di recuperare la pellicola di “Salò” che erano state rubate. La Rana racconta che conosceva lo scrittore e regista da qualche mese e che quella sera passò a prenderlo alla stazione Termini. Dopo aver mangiato alla trattoria Biondo Tevere, i due si avviarono in auto verso Ostia.

L’imboscata

Giunti all’idroscalo, racconta ancora Pelosi, Pasolini fermò l’auto e lui scese per fare pipì ma “un uomo con la barba mi ha afferrato da dietro colpendomi”. Fu a quel punto che in due scesero da una

Pino Pelosi oggi

Pino Pelosi oggi

Fiat 1300 coupé e iniziarono a picchiare Pasolini. Poi arrivò l’Alfa GT che lo investì. Secondo quest’ultima versione del racconto, l’auto di Pasolini sarebbe stata seguita da una moto fin da un rifornimento di benzina sulla strada per Ostia. Un agguato vero e proprio, insomma, al quale Pelosi sarebbe del tutto estraneo e che furono in sei a portare a termine. Del resto, la Rana, ha sempre professato la sua innocenza, sebbene abbia già scontato la pena di nove anni di reclusione a cui venne condannato da una sentenza del giudice dei minori Alfredo Moro secondo cui Pelosi “agì in concorso con ignoti”. La presenza di altre persone, d’altro canto, è confermata dal sangue ritrovato sui vestiti di Pasolini il cui DNA non corrisponde con quello di Pelosi.

“Ho rischiato la vita”

Oggi Pelosi riapre le indagini, consegnando nelle mani del PM Minisci la sua versione dei fatti, quella definitiva, quella che finora ha raccontato a spizzichi e bocconi perché temeva per la sua vita, per riaprire le indagini e stabilire, una volta per tutte, la verità. “Mi minacciavano anche in carcere, ho rischiato la vita” ha spiegato.

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