DIETRO LE QUINTE DEL CONGRESSO

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Da un nostro malizioso lettore, i retroscena dell'assise di Arcigay. Cecchi Paone semi-trombato, i soldi delle tessere e il ruolo del Sud. Quello che nessuno ha osato mai...

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BOLOGNA – Il congresso nazionale di Arcigay quest’anno si tiene a Bologna. E’ il ventennale dell’associazione: una associazione fondata nella vecchia sede del Cassero, che nel bene e nel male ha segnato il progresso della comunità gay e lesbica in Italia. E’ quindi il bolognese Franco Grillini ad aprire il congresso con un discorso breve e sommesso, a tratti rievocativo. Niente immagini, niente storie, niente ricordi, se non quello del compianto ex sindaco di Bologna: peccato, perché normalmente un anniversario così importante si celebra in modo diverso.

La favola del distacco da ProdiMa andiamo avanti. In sala, diversi esponenti della politica. La giornata quindi passa con i saluti di questo e di quello: gli unici veramente capaci di animare la sala, strapiena di delegati ed ospiti, sono Marco Cappato e il “bisessuale” Alfonso Pecoraro Scanio. Sergio Lo Giudice, presidente uscente e dicono pure entrante in una associazione che va al congresso con una sola linea e con un solo candidato presidente, fa poco credibili esercizi di autonomia dalla politica: minaccia di non sostenere Prodi alle politiche del 2006, lui che da dieci anni sta facendo carriera nei DS ed ora è un importante consigliere comunale nella Bologna di Cofferati. Il coraggio non manca mai: qualcuno gli crede, la maggior parte no, sanno che il sostegno è già stato firmato, ma chi conosce Sergio ci passa sopra e finge di credergli, per non vederlo sudare come fa ogni volta che sia apre un dibattito.

Il congresso in fondo si svolgerà su due temi soltanto: questa favola su Prodi – per la quale non serviva un congresso, bastava un sit-in di pressione sotto la Fabbrica del Programma del Professore – e una modifica dello Statuto che cancella i circoli politici e li fa diventare dei Comitati Provinciali, frutto di un compromesso tra il conservatore Sergio e l’innovatore (ma non troppo, come vedremo) Aurelio Mancuso, segretario uscente e pure lui rientrante. Obiettivo dichiarato: “un Arcigay in ogni provincia d’Italia”, tuona Aurelio dal pulpito (sì, è cattolico), lui che per questo congresso si è improvvisamente rappacificato con Lo Giudice, cui voleva fare le scarpe.

Meglio Roma o Bologna?La prima vera nota di colore la porta un novello Galilei, che, provenendo dalla medesima città del matematico pisano, con compasso e matita, schemi e disegni dimostra alla platea che Bologna non è al centro dell’universo ma che una associazione nazionale “normale” deve avere la sua sede naturale nella capitale, a Roma, città in cui riuscirebbe infinitamente meglio e con maggiore incisività a pesare sulle sorti delle nostre battaglie. Apriti cielo! Il gelo dilaga nella sala: chi osa mettere in discussione la centralità di Bologna?

Tessere: 0,50 euro ai circoli localiLa seconda vera nota di colore la porta un altro delegato toscano che si mette a capo di una folta schiera di delegati di circoli medio-piccoli ma anche di alcuni membri della segreteria (che poi rinnegheranno la loro adesione, resosi conto dei rischi che corrono a firmare un ordine del giorno così…), con questo ragionamento: va bene, noi presidenti locali ci mettiamo a lavorare e a fondare Comitati Provinciali ovunque, ma possibile che dei 6 euro che dal tesseramento vanno al nazionale (su una base di 50.000 tessere almeno, sono ben 300.000 euro di “fatturato”), neppure 50 centesimi di euro possono andare a sostenere i Comitati Provinciali, a pagare l’affitto delle sedi, a stampare due volantini?

Come ha reagito secondo voi il Nazionale a questo piccolo e spaurito anarchico toscano? Semplice, ha dato una grande lezione di par-condicio: nel miglior stile del TG1, abbiamo assistito ad un penosissimo “panino” ben confezionato composto da un intervento contro (quello del Presidente, mascherato da “relazione” della commissione politica), uno a favore (quello del delegato toscano) e di nuovo uno contro (quello del Segretario), con tutta la “nomenklatura” (chi è in segreteria, chi spera di entrarci, chi spera che la propria zia ci entri) e i delegati dei circoli grandi che votano contro. Risultato: per 5 voti niente soldi diretti ai circoli, sono troppo “piccoli” per poter gestire da soli le “paghette” di Mamma Nazionale, ma forse solo su progetti che il Nazionale deciderà a partire dal 2007. Tradurlo con niente soldi tout court è secondo voi troppo malizioso? O pensare che, se soldi ci saranno, saranno un’altra arma del Nazionale per poter controllare i comitati provinciali?

Ma del resto, per vedere quanto i circoli grandi contino in Arcigay, basta leggere l’elenco dei nuovi membri del Consiglio Nazionale, il parlamentino di Arcigay. Su 60 membri, solo 9 sono del Sud, mentre Emilia, Veneto e Lombardia hanno da soli la maggioranza assoluta del Consiglio. Miracoli della democrazia gay pure questi?

Cecchi Paone, non ti vogliamo

La terza ed ultima nota di colore è di Cecchi Paone (amichevolmente detto la paVona). L'”omoaffettivo” italiano plana a Bologna ma nessuno lo ringrazia della paginata che ha fatto dedicare al congresso da uno dei giornali più ostici d’Italia per Arcigay, e cioè Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, il Giorno e La Nazione). Paone parla di forte autonomia dalla politica, tanto che vuole fondare un nuovo movimento politico alle prossime elezioni: non un movimento gay, ma un movimento laico, che si distingua sui grandi temi di laicità su cui centro-sinistra e centro-destra, per paura del Vaticano, vacillano un giorno sì e l’altro pure. L’omoaffettivo centra il tema principe della battaglia politica e parlando chiaro spiazza tutti: spiazza Sergio, che vuole convincere Prodi che gay è bello; spiazza Mancuso, che rimane intorpidito da quanto gongola del sostegno che Paone gli ha promesso per la sua candidatura – comunque senza speranza -in Lombardia; spiazza Grillini, che però almeno è l’unico che trova il coraggio di rispondergli e dirgli un tre quarti di no. Per salvare la situazione, Paone viene proposto in Consiglio Nazionale: un’operazione chiaramente di immagine, che comunque sarebbe stata forse una delle poche vere novità di questo congresso. Ma il brontolio della sala si fa sempre più forte e così a molti non pare vero che un delegato si alzi e dica che Paone non può pensare di entrare così, bello bello, in Consiglio Nazionale, per il solo fatto che “va in televisione”, ma deve fare la gavetta: è molto più importante che in consiglio entrino i delegati dei circoli ricreativi, delle saune e dei cruising bar affiliati, che di politica gay se ne intendono assai! Siamo al delirio: il Congresso rischia quindi di “trombare” Paone e Sergio (ma anche Aurelio, che nel frattempo si è risvegliato) sono sempre più imbarazzati e fanno ritirare la proposta, per evitare un clamoroso ma probabile voto “contro” Cecchi Paone. Resta allucinata la terza metà della sala, chiaramente l’Arcigay del 2010, quella che si era spellata le mani per gli applausi all’intervento della Paone e vede così sfumare quello che per qualche minuto sembrava essere l’unico momento di svolta del Congresso.

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