DISCRIMINATI IN EUROPA

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Un dibattito a Bruxeles fa il punto sul recepimento della direttiva anti-discriminazione sul luogo del lavoro. Risultato? Un disastro. Va a finire che in Italia si sta bene…

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BRUXELLLES – Molti stati membri dell’Unione Europea continueranno a discriminare gay e lesbiche sul luogo di lavoro, anche oltre il termine massimo del 2 dicembre previsto per il recepimento della direttiva in materia. E’ quanto emerge da un dibattito pubblico, svoltosi la scorsa settimana a Bruxelles, cui hanno preso parte gruppi per i diritti civili, organizzazioni non governative e parlamentari europei. Scopo della riunione, fare il punto sulla attuazione delle politiche comunitarie anti-discriminazione sul luogo di lavoro.
Si scopre così che dei quindici attuali Paesi membri, solo tre hanno recepito completamente la direttiva, scegliendo così di proteggere i lavoratori da discriminazioni causate dal loro orientamento sessuale o da altri fattori. Anche se alcuni degli altri Stati hanno recepito alcuni aspetti della direttiva, devono ancora adeguarsi pienamente.
Anna Diamantopoulou, membro della Commissione Europea, ha detto al meeting che la Commissione era determinata a diffondere la direttiva in tutti gli Stati, ed è preparata a punire coloro che si dimostreranno restii a adeguarsi. «Non saranno giustificati ritardi – ha detto ai presenti – la Commissione intende svolgere pienamente il suo ruolo come guardiano del Trattato».
«Se necessario – ha aggiunto la Diamanopoulou – siamo pronti a varare provvedimenti contro quegli Stati membri che non soddisfino i loro obblighi verso la norma comunitaria».
La sua posizione è stata sostenuta anche dalla parlamentare europea olandese Joke Swiebel, che presiede anche l’Intergruppo sui diritti di gay e lesbiche. La Swiebel ha sottolineato l’importanza della direttiva nel garantire l’equità: «Questa direttiva è il nostro più prezioso gioiello della corona; dobbiamo difenderlo da chiunque ce lo voglia rubare – ha detto – Non possiamo accettare che gli Stati Membri si rifiutino di comprendere l’orientamento sessuale. Si tratta non solo di un obbligo, ma di un livello minimo di decenza. Il recepimento completo significa che l’orientamento sessuale deve essere esplicitamente menzionato, significa includere la protezione da discriminazione indiretta, così come una definizione specifica e limitata delle eccezioni ammissibili in relazione ai requisiti professionali».
Inoltre, il direttore dell’International Lesbian and Gay Association European, Ailsa Splinder, ha detto che il cambiamento legale è solo il primo passo verso lo sradicamento della discriminazione e che le esitazioni dei governi non fanno ben sperare per il futuro. «Nei confronti della intolleranza e dell’omofobia, l’adeguamento legislativo è un primo passo importante. Ma non è abbastanza – ha detto – I governi devono spingersi oltre il minimo e rendere le potenziali vittime capaci di usare questi nuovi diritti. Laddove la sfiducia nel sistema e la paura impediscono agli individui di combattere la discriminazione, c’è bisogno di provvedimenti come corsi per i membri del sistema giudiziario o la creazione di organismi per le pari opportunità, che affianchino i cambiamenti legislativi».
«I governi, i partner sociali e le organizzazioni non governative allo stesso tempo – ha aggiunto – devono fare ogni sforzo per mettere in grado le persone che sono più in pericolo di essere altrimenti escluse, di difendersi».
In Italia, il governo ha varato alla fine dello scorso agosto un decreto attuativo della direttiva contro la discriminazione sul luogo del lavoro, decreto che molte associazioni gay/lesbiche considerano insoddisfacente: nel testo, si ammette la possibilità di «differenze di trattamento dovute a caratteristiche connesse alla religione, alle convinzioni personali, all’handicap, all’età o all’orientamento sessuale di una persona, qualora si tratti di caratteristiche che incidono sulle modalità di svolgimento dell’attività lavorativa o che costituiscono un requisito essenziale e determinante ai fini dello svolgimento dell’attività lavorativa. Parimenti, non costituisce atto di discriminazione la valutazione delle caratteristiche suddette ove esse assumano rilevanza ai fini dell’idoneità allo svolgimento delle funzioni che le forze armate e i servizi di polizia, penitenziari o di soccorso possono essere chiamati ad esercitare».

di Gay.com UK

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