‘DOBBIAMO RIVOLUZIONARE I PRIDE’

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Intervista con Imma Battaglia, leader della manifestazione romana del 2000, e spirito critico del movimento glbt. "Gli omosessuali sono cambiati; basta con l'egemonia di pochi".

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ROMA – «Il movimento glbt italiano è nato, cresciuto e morto l’8 luglio del 2000». La sentenza, estrema nella sua esposizione, non poteva che venire dalla bocca di Imma Battaglia, anima organizzativa di quel World Pride romano che proprio in quella data cambiò la storia di gay e lesbiche italiane.
Tutti ricordano Imma alla guida del Mario Mieli nell’anno del World Pride, e molti sanno che dopo di allora, con il circolo Imma ebbe forti contrasti che la portarono ad abbandonare l’avventura Mieli per dare vita ad una nuova associazione, la Di’ Gay Project onlus, nata il 7 agosto 2001, che mette al centro delle proprie scelte una “trasversalità politica e tematica che garantisca pluralismo e libera espressione”.
All’interno del movimento nazionale Di’ Gay Project costituisce forse una particolarità: tra i suoi interventi più importanti, la collaborazione con realtà aggregative romane, prima fra tutte il Gay Village, che negli spazi dell’ex-mattatoio del Testaccio raccoglie ogni estate migliaia di persone a sera. Ma anche incontri sui temi della politica glbt, sulle coppie gay e lesbiche, e un attivissimo gruppo frequentato da omosessuali giovanissimi, il DGP under22.
Su come si muove il movimento glbt italiano, Imma Battaglia conserva un suo personale punto di vista, molto preciso e forte.
Imma, partiamo dal Pride.
Per me è assolutamente chiaro che così come si svolgono i Pride ora non hanno motivo di esistere. Ma hai visto Grosseto? E me lo chiami Pride nazionale quello? C’erano sì e no quattromila persone. [le stime della Questura, solitamente al ribasso, parlano di diecimila persone, ndr] Siamo stanchi di fare cose senza senso.
Quindi non avete aderito neanche al Pride di Roma?
No, non abbiamo aderito, ma non siamo i soli. Mauro Cioffari di Gayroma.it ha fatto lo stesso, così come l’Arcilesbica di Roma ha fatto lo stesso. Tutti insieme nei mesi scorsi abbiamo attivato un Coordinamento Politico Permanente, nato anche in seguito al Tavolo di Coordinamento che ha portato negli scorsi mesi alla campagna pubblicitaria “Le diversità sono normali, i pregiudizi no”, l’acquisto da parte del Comune di Roma di centinaia di libri e film a tematica GLBT, alcune iniziative nelle Biblioteche di Roma, la realizzazione di una brochure informativa distribuita sul territorio in migliaia di copie e la preparazione di una Memoria di Giunta. Come Coordinamento Politico Permanente abbiamo deciso di non aderire. Ma anche le realtà aggregative come il Coming Out o il Gay Village non aderiscono. E questo rappresenta un danno enorme per il Pride: se non se ne parla nei locali, rischiano di esserci un migliaio di persone soltanto. Dobbiamo fare i conti con questa cosa.
Quali sono i motivi di questo rifiuto?
Riteniamo che sia necessario fare il punto della situazione nazionale sui Pride. Ora per queste manifestazioni non c’è nessun interesse. Tra le migliaia di persone omosessuali che ho incontrato nelle ultime settimane, solo poche decine mi hanno detto che sarebbero andate al Pride di Grosseto. Secondo me questo deve farci riflettere: è necessario che cominciamo a chiederci come è cambiato il movimento, riflettere su quali debbano essere i correttivi. Stabilito che bisogna capire cosa rappresenta il Pride, da lì si parte per definirne i contenuti. Altrimenti, la ricerca del tema, è solo fine a se stessa: ora tutti i Pride sono sul tema delle unioni civili, ma nel movimento sono in tanti ad avere altre priorità. Ci stiamo appiattendo sulla politica egemone di Arcigay. L’Europa sta cambiando rapidamente: ora Chirac propone una legge che equipara l’omofobia all’antisemitismo. Noi in Italia siamo pericolosamente indietro, e appiattiti sulla politica di Arcigay e di Grillini sulle unioni civili.
Molti sottolineano l’importanza di individuare una rivendicazione comune con cui sfondare la porta chiusa della politica.
Bisogna farla finita di attribuire ad altri le responsabilità che sono del movimento. Se la porta della politica è chiusa, una ragione ci sarà. Non sarebbe meglio interrogarsi su dove si sta sbagliando? Se non riusciamo a fare manifestazioni cui partecipino tutti, tutta la gente, non solo le associazioni, forse qualcosa di sbagliato c’è. La modalità di fare politica degli omosessuali è cambiata: ora scelgono dove andare, come manifestare, cosa fare. Se davanti a questo si fa finta di niente, non sorprende che poi manifestazioni come il Pride o il Kiss2Pacs raccolgano solo poche migliaia di partecipanti. Se non ci poniamo qualche domanda, sarà la fine del movimento. Anzi, la fine del movimento è già in corso. Questo tipo di atteggiamento ha creato disaffezione tra la gente. La domanda è: che cos’è il Pride? Chi detiene il possesso dei Pride? Nessuno.
Cosa propone Imma Battaglia e il Di’ Gay Project?
Noi proponiamo di trovarci tutti insieme a capire come svolgere il Pride. Ora si parla della manifestazione nazionale il prossimo anno a Bologna. Ma chi lo ha deciso? Non sarebbe meglio vedersi tutti, a settembre, e scegliere insieme la sede? Per questo proponiamo di fare un convegno in autunno con tutte le associazioni per capire insieme come comportarci sul Pride. Secondo noi, è meglio riconcentrare tutte le energie in un unico appuntamento. Se fai un Pride a Milano e uno a Grosseto, è chiaro che il milanese non ti viene in Toscana, e viceversa.

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