E alla fine cadde il muro

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Il sistema basato sull'omertà, sulla censura, sulla repressione del dissenso, sul disprezzo nei confronti del mondo dell'informazione libera non poteva reggere ancora a lungo.

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L’intervista di Salvatore Simioli oggi su Gay.it segna un "prima" e un "dopo" della nostra inchiesta su Arcigay. Salvatore non è uno qualunque: è presidente dell’Arcigay di Napoli e fino a pochi giorni fa aveva l’incarico esterno per occuparsi della "Lotta alle mafie" nella Segreteria Nazionale.

Ciò che Salvatore ci racconta è allucinante e in un mondo normale costringerebbe chiunque ad un chiarimento pubblico, se non alle dimissioni. Salvatore ci racconta di aver subito un processo politico con l’accusa di essere l’"infame", la "gola profonda" che passava le informazioni al "nemico" Gay.it. Che noi abbiamo parlato per la prima volta con lui giorni fa a proposito della petizione a favore di Maria Luisa, poco importa: ma anche se fosse stato, da quando mai dissentire e parlare con la stampa è un reato dentro ad una associazione? No, bisognava far fuori romani e napoletani, sarebbe stato l’input, e allora ogni mezzo era buono, tanto da indurlo alle dimissioni.

Cerchiamo di ricapitolare. Gay.it fa una inchiesta che racconta i retroscena di una situazione di grave difficoltà in cui si trova la principale associazione gay italiana. Sin dall’inizio l’ordine che parte dal presidente nazionale Aurelio Mancuso è tassativo: non parlare col "nemico". La nostra inchiesta, è chiaro, a quel punto va avanti con difficoltà: ad esempio, ci viene impedito di parlare coi circoli e raccontare una spesso straordinaria realtà di volontariato sul territorio, capace di risultati importanti nella vita delle persone. Questa doveva essere una puntata della nostra inchiesta, che non siamo mai riusciti a scrivere.

La vicenda di Fabrizio Marrazzo e il divieto assoluto impartito da Mancuso di raccontare fuori dall’associazione i motivi di una richiesta di dimissioni così grave, a pochi giorni dal successo del Pride di Roma, segna anch’essa una svolta. Arcigay sta diventando, a detta di molti, una camera a gas che rischia di esplodere da un momento all’altro. Ma anche qui, è significativo che pure lo stesso Marrazzo, che da Mancuso&Co. ha preso solo pugni e calci in faccia, non racconti nulla alla stampa, trincerandosi dietro a un secco "no comment".

Ora finalmente quel muro cade. Qualcuno ha capito che non poteva reggere un sistema basato sull’omertà, sulla censura, sulla repressione del dissenso, sul disprezzo nei confronti del mondo dell’informazione libera.

E ora?

A questo punto crediamo sia scontato un gesto di responsabilità del Presidente: se davvero tenesse alla sua associazione e non alla sua (sempre più incerta) carriera politica, il 12 luglio – giorno in cui si riunirà il parlamentino dell’associazione – dovrebbe rimettere il suo mandato e lasciare che Arcigay vada al congresso libera di scegliere, di discutere, di confrontarsi col mondo. Aurelio Mancuso ha già fatto troppi danni per lasciare a lui la guida dell’associazione in una fase delicata quale è quella pre-congressuale. Ed ha dimostrato chiaramente quale concezione bulgara abbia della democrazia: le vicende di Marrazzo tre settimane fa, di Clubbing ieri e di Sirmioli oggi sono lì a dimostrarlo. E poi si aprano le danze. Si studino sistemi nuovi per coinvolgere la comunità lgbt, ad iniziare dalle primarie per eleggerne il Presidente. Si facciano avanti candidati nuovi, gente giovane, brillanti trentenni, che non siano figli della Prima Repubblica: di loro si sente bisogno come dell’aria fresca. Si discuta sui programmi, su come riprendere la battaglia per il riconoscimento delle nostre coppie – ormai lasciata ad altri -, su come sostenere il lavoro della "nostra" parlamentare lesbica, su come aumentare la trasparenza, su come risolvere il problema di circoli ricreativi che danneggiano solo l’immagine dell’associazione. Si discuta di come riprendere a far politica lgbt, per il bene di tutte e tutti noi, lontani dai partiti.

Noi saremo qui, a fare il nostro lavoro di giornalisti. Non ci interessa entrare in gioco, il nostro mestiere è un altro. Siamo pronti però a sotterrare ogni ascia di guerra e ad essere di nuovo al fianco della principale associazione gay italiana, sostenendone le attività ed il processo riformatore. Perché, ripeto, se Arcigay è forte, viva e rinnovata, lo è anche la comunità lgbt italiana.

Del nuovo noi non abbiamo mai paura. Mai.

Alessio De Giorgi

Direttore di Gay.it

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