È femmina, non può chiamarsi Andrea. Lo ha deciso un giudice

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Un neonato è finito vittima incosapevole di una querelle burcratica. I genitori vogliono chiamare la figlia Andrea ma la legge italiana non consente "ambiguità sul sesso". La parola...

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Saranno i giudici, e non i genitori, a decidere se una bambina si chiamerà Andrea o Andreina. La querelle non è di poco conto: i genitori volevano chiamarla Andrea, ma al momento dell’iscrizione all’anagrafe di Rivalto, comune dell’hinteland torinese, l’ufficiale di stato civile è stato costretto ad avvisare per legge la Procura della Repubblica di Torino. Sì, per legge. In Italia non è infatti possibile dare ad una bambina un nome maschile e viceversa.

Il procuratore non ha potuto fare altro che inoltrare un ricorso al Tribunale per la "rettificazione" dell’atto di nascita della bambina con una chiara motivazione: «Il prenome Andrea è utilizzato nello stato italiano per indicare persone di sesso maschile e a nulla rileva il fatto che in altri paesi lo stesso nome valga ad appellare persone di sesso femminile».

Vige inoltre il divieto esplicito di dare ai bambini prenomi che possano suonare come equivoci del sesso. La circolare numero 27 del 1 giugno 2007 emanata dal ministero dell’Interno recita: "Circa la tematica dell’attribuzione del nome in maniera corrispondente al sesso, si evidenzia che a fronte dell’esercizio dei genitori di scegliere liberamente il nome del figlio anche recependo un nome di origine straniera, il legislatore ha inteso disporre un principio generale secondo cui non possono essere imposti prenomi che possono trarre in equivoco sulla loro corrispondenza al sesso del neonato… Tale norma non può essere aggirata facendo affidamento sulla diversa valenza, maschile o femminile, che un determinato nome ha in alcuni paesi stranieri, quando lo stesso nome in Italia ha una chiara connotazione maschile o femminile".

I giudici, però, hanno respinto il ricorso facendo appello alla pratica comune dell’attribuire il prenome di Andrea anche alle femmine, un’usanza viva soprattuto nel Sud Italia. Ma questo non era servito al Pm, deciso a continuare la sua battaglia, per convincerlo a ritirare il ricorso. «È interesse pubblico – dichiarò il Pm – che nome e cognome identifichino il soggetto portatore nei rapporti sociali, si da non creare equivoci e confusioni di sorta sull’identità personale anche sotto il profilo del sesso, maschile o femminile"

Saranno adesso i giudici della Corte d’appello a decidere, il prossimo 26 giugno.

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