EGITTO: ITALIA CONTRO LA DISCRIMINAZIONE

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Il Ministero degli Esteri risponde alla petizione sottoscritta da centinaia di lettori di Gay.it per sollecitare un intervento del Governo contro il processo a 52 egiziani accusati di...

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Le firme raccolte dalla petizione online di Gay.it in merito alle vicende del processo al Cairo contro 52 egiziani accusati di omosessualità hanno ricevuto una risposta. Erano state inviate agli indirizzi dell’Ambasciatore italiano in Egitto Mario Sica e al ministro degli esteri Renato Ruggiero (foto) il 29 settembre scorso; a rispondere l’11 ottobre è stato il Consigliere d’Ambasciata Emanuele Pignatelli, dal Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale Affari Politici Multilaterali e Diritti Umani.

La lettera di risposta, indirizzata al direttore esecutivo di Gay.it, Alessio de Giorgi, rassicura i firmatari sull’interessamento e la preoccupazione del Governo italiano in merito ai fatti del Cairo: dal consigliere giunge anche una conferma che "l’Italia è profondamente convinta che il rispetto per la persona umana e l’impegno di tutti i Paesi contro ogni forma di discriminazione sono alla base di ogni democrazia".

La lettera, il cui contenuto riportiamo in fondo a questo articolo, giunge a pochi giorni dal verdetto finale in questo processo che molti considerano una vera e propria farsa messa in scena da ambienti interni alla polizia egiziana al fine di sviare l’attenzione da altri argomenti e per dare visibilità all’operato della stessa polizia in un periodo (il mese di maggio) immediatamente antecedente le valutazioni del servizio svolto.

LA STORIA DEL PROCESSO

Il processo contro i 52 uomini di età compresa tra i 18 e i 35 anni, arrestati l’11 maggio scorso durante una festa sulla Queen Boat (foto sotto), un barcone-ristorante sul Nilo, si era aperto nel mese di giugno, e da subito Amnesty International e altre organizzazioni di diritti umani avevano denunciato il caso. Sebbene l’omosessualità non sia fuorilegge in Egitto, gli uomini vengono accusati di "violazione degli insegnamenti della religione e propaganda di morale ed idee depravate".

Due degli imputati, considerati gli organizzatori, vengono dipinti come due depravati che intendono utilizzare il sesso gay come rituale di una nuova religione: sul loro capo pendono anche le accuse di "sfruttamento della religione islamica per diffondere idee deviate, attacco alla religione, e falsa interpretazione dei versi del Sacro Corano". Dei due, soprattutto Sherif Farahat viene considerato il capo della "banda".

Gli uomini vengono incarcerati, i loro nomi indirizzi e luoghi di lavoro vengono pubblicati sui maggiori mezzi di informazione, la pubblica opinione viene mobilitata contro di loro: si comincia a parlare di maltrattamenti e torture. Gli imputati vengono addirittura sottoposti a analisi che dovrebbero accettare se hanno praticato sesso anale. Vengono persino presentate come prove alcune foto che, secondo l’accusa, proverebbero la depravazione degli imputati; in seguito, l’organizzazione di gay musulmani Al-Fatiha rivelerà che le foto sono state prelevate da siti porno commerciali, e non hanno nessuna attinenza con gli imputati.

Alcuni di loro dichiarano di essere stati arrestati presso le loro case o comunque ben lontano dalla Queen Boat, dichiarandosi estranei ai fatti che lì si svolgevano. La polizia ribatte che alcuni imputati e le loro abitazioni erano sotto controllo già da tempo. Nell’ultima udienza del 10 ottobre scorso, un avvocato difensore rivela che alcuni di questi imputati "sotto controllo" hanno fornito al processo nome e indirizzo falsi, quindi le persone e gli indirizzi posti sotto controllo dalla polizia in realtà non potevano corrispondere. Inoltre gli esami che dimostrerebbero il fatto che gli imputati hanno praticato sesso gay potrebbero essere falsi, dal momento che il laboratorio che li ha condotti è sotto inchiesta per l’alto numero di falsi realizzato.

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L’avvocato averbbe anche presentato documentazioni su un caso perfettamente analogo a questo svoltosi l’anno scorso; 150 persone, quasi nello stesso periodo dell’anno scorso, il 25 maggio 2000, sarebbero state arrestate dalla stessa squadra di agenti, guidati da Taha el Embaby, primo motore di questo caso. Vennero poi assolti per la totale mancanza di prove nel luglio successivo.

La sentenza è attesa per il 14 novembre. Contro la sentenza non sarà possibile presentare appello. Alcuni avvocati sono ottimisti, dal momento che sarebbe chiaro anche al giudice che il caso è stato completamente fabbricato, e che gli imputati sono stati arrestati per motivi diversi dall’offesa alla religione o dalle pratiche depravate: soprattutto sarebbero stati arrestati per il loro orientamento sessuale, sebbene la loro omosessualità non sia stata ammessa né dagli imputati né dai loro difensori. Ma la maggior parte degli avvocati crede che almeno alcuni di loro riceveranno una condanna, almeno Sherif, il cosiddetto capo dell’organizzazione, e alcuni uomini con i quali lui ha confessato di aver fatto sesso. Comunque, tutti concordano sul fatto che queste supposizioni sono condizionate dall’integrità del giudice, e dal fatto che il suo giudizio non risulti essere manipolato da una telefonata da parte della persona che ha fabbricato il caso in prima istanza, o forse persino da qualcuno più in alto.

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