EGITTO: RIPRENDE IL PROCESSO

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Nuova udienza del processo contro 52 egiziani per comportamenti sessuali immorali al Cairo: tra maltrattamenti e palesi contraddizioni, un inviato racconta a Gay.it lo strazio di decine di...

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Hanno aspettato sei ore sotto il sole del Cairo, dalle otto di mattina fino alle due, chiusi nei cellulari della polizia, che li guardava a vista, di fronte alla Corte. Poi, tutti insieme, tutti e cinquantuno, i volti coperti da fazzoletti bianchi, sono stati stipati in una gabbia di neanche quattro metri per due, come bestie da mandare al macello in un inferno di calore e tortura.

Il primo grado del processo doveva iniziare e per loro, accusati di aver organizzato un party omosessuale su di una barca sulle rive del Nilo lo scorso maggio, la sensazione e’ che ci sia ben poco da fare. A due passi dalla gabbia, i parenti, quei parenti ai quali era stato proibito l’ingresso e che sono riusciti, allungando qualche lira egiziana alla polizia, ad entrare.

"Hanno costretto mio marito a confessare – dice Mahuad, 21 anni appena, le foto dei suoi figli in mano – l’hanno torturato in carcere: le guardie l’hanno seviziato…".

E mentre gli imputati ricevono la notizia del ragazzo di neanche 17 anni condannato e si appendono alle sbarre, il dibattimento, il un clima di terrore formale, ha inizio, macabro e contornato da una fila di avvocati – ma dieci degli imputati non hanno trovato nessuno disposto a difenderli – che esibiscono le prove mediche che certificano che nessuno dei loro clienti ha mai avuto rapporti sodomiti. "Nessuno di loro l’ha mai preso in culo", commenta crudo un avvocato della difesa, esibendo documenti evidenziati in giallo fosforescente.

A fianco del giudice, l’avvocato dell’accusa e un impiegato, che legge, uno per uno, i nomi dei "reietti". Poi, il caos: "Hanno cambiato i nostri nomi – urlano dalla gabbia – e se ci condanneranno siamo pronti ad ucciderci… E’ stato il procuratore a suggerirci di cambiare i nostri nomi…"

Intanto, Sanee, una donna sulla cinquantina, non riesce a trattenere le lacrime. E chiede ad una giornalista di Al Arham, il quotidiano cairota, perche’ non e’ stata spesa neanche una parola per la difesa. "Ci hanno ordinato di scrivere solo dell’accusa" replica la collega. "Sono la zia e la sorella di due degli imputati – racconta Sanee – e questo e’ solo un processo politico". Secondo lei ci sarebbero state solo 33 persone nella barca, mentre le altre sarebbero state arrestate a casa loro dalla polizia alle tre del mattino: "E con i poliziotti c’erano i fotografi di Al Ahram – spiega – che hanno messo tutte le foto dei gay in prima pagina… sono andati a casa di mio nipote, che ha due bambini… vogliono solo punire l’omosessualita’ per motivi politici…".

Intanto, in attesa della prossima udienza, prevista per ottobre – ma c’e’ chi dice tranquillamente che tutti i finocchi andrebbero uccisi – i 51 imputati restano in carcere. Circondati da un muro di silenzio ed orrore. Quello stesso muro che simbolicamente, forse, loro stessi hanno innalzato coprendo i loro volti con quei fazzoletti bianchi che testimoniano che nel terzo millennio, a tre ore di aereo dall’Occidente, la civilta’ ed il rispetto si possono cancellare in qualunque tribunale.

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