Elton John e Desmond Tutu: come rendere l’Aids malattia del passato?

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Il cantante e l'arciverscovo Nobel per la Pace, da anni impegnati nella lotta contro l'AIDS, scrivono che dobbiamo continuare a lottare insieme, la sconfitta di questo stigma è...

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A New York si è tenuta dall’8 al 10 giugno l’edizione annuale della Conferenza mondiale per la lotta all’Aids. CNN ha pubblicato una lettera scritta da Elton John, in qualità di presidente dell’omonima fondazione per la lotta all’Aids e da Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano e Nobel per la Pace nel 1984 per la sua lotta contro l’apartheid e contro lo stigma dell’epidemia: noi la ripubblichiamo.

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L’8 giugno i leader mondiali si sono incontrati a New York per un obiettivo: rendere l’Aids una malattia del passato. E sebbene l’obiettivo sia sicuramente ambizioso, esso è raggiungibile solo se c’è un impegno politico e le relative risorse per realizzarlo.

Il progresso che abbiamo fatto nella lotta all’Aids è sicuramente straordinario. È prova del potere incredibile della comunità umana, quando individui e società e Stati lavorano assieme per raggiungere obiettivi comuni e rendono possibile l’impossibile.

 Sono passati solo 15 anni, era il 2001, quando l’Onu ha fatto la prima conferenza mondiale sull’Aids.

Al tempo la prospettiva era quella di un incubo che avrebbe tormentato l’umanità per generazioni. L’orrore era palpabile. I pochi trattamenti erano costosissimi per la maggioranza delle persone e i sistemi sanitari di troppi paesi erano incapaci di sostenere la sfida. La mortalità infantile su scala mondiale era triplicata, l’aspettativa di vita era diminuita e tutti, dagli individui alle famiglie a intere economie di alcune nazioni erano sull’orlo del collasso a causa di questo virus. Anni di faticosissime conquiste stavano per essere spazzate via dalle conseguenze di questo virus su intere economie. C’era pochissima speranza e pochissime opportunità e tutte le azioni per debellare questo virus erano congelate dalla paura, dal diniego, dallo stigma sociale.

 Nessuno sapeva cosa aspettarsi da quel meeting nel 2001. Persino l’idea di invertire il progresso dell’Aids sembrava fuori portata, ma è proprio quello che il mondo decise di fare. Furono 189 gli Stati che ratificarono la dichiarazione dell’Onu per la lotta all’ Aids. Il governo degli Stati Uniti stanziò 30 miliardi di dollari nel “President Emergency Plan for Aids Relief”, la più grande iniziativa medico-sanitaria a livello globale. Donatori privati e governi di varie nazioni hanno creato il “Global Found for Aids, Tb and Malaria” che ha salvato 17 milioni di vite umane finora, sostenendo i sistemi sanitari di paesi poveri.
I risultati di questo impegno mondiale sono stati senza precedenti. Più di 15,86 milioni di persone hanno oggi accesso a farmaci che permettono loro di vivere con l’HIV. Le nuove infezioni sono calate di un terzo tra gli adulti e di due terzi tra i neonati (questo purtroppo non vale per l’Italia a causa di politiche di prevenzione sbagliate, ndr) e le morti da Aids sono diminuite del 40%. Riassumendo, più di 30 milioni di nuove infezioni e 8 milioni di morti sono stati evitati lavorando assieme. E’ veramente difficile trovare un indice di ritorno sugli investimenti più importante e significativo.

Non bastasse, gli investimenti per la lotta all’Aids hanno avuto ricadute fondamentali su altri settori non strettamente collegati, come il miglioramento dei sistemi sanitari di molti Paesi, la preparazione di una classe medico-sanitaria in grado di affrontare nuove crisi, la riduzione della mortalità delle madri e dei neonati, la promozione dei diritti umani, l’uguaglianza di genere e la democrazia.

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 Ora, il Joint United Nations Program on HIV/Aids ha dichiarato che abbiamo la conoscenza, i metodi e la solidarietà per sconfiggere definitivamente l’Aids nel 2030.

Ma il nostro senso di emergenza non si è affievolito e sappiamo quanto lavoro c’è da fare ancora.

Solo l’anno scorso ci sono state due milioni di nuove infezioni nel mondo (4.600 circa in Italia tra nuove infezioni e Aids conclamati, ndr) e un milione di persone è morto. Se non aumentiamo il passo e manteniamo le attuali politiche di prevenzione e di cura, il nostro progresso verrà lentamente eroso e l’epidemia esploderà nuovamente (In Italia i casi sono in aumento ormai da qualche anno, ndr). Ma se noi aumentiamo gli sforzi e nei prossimi cinque anni ci impegniamo a rendere applicabili programmi ad alto impatto, possiamo salvare milioni di vite umane e risparmiare miliardi di dollari.

I leader mondiali hanno avuto questa possibilità storica a New York, di fare una dichiarazione politica che traduca la nostra visione di terminare velocemente l’epidemia in una road map di azioni concrete.

Rendere questo una realtà richiede sia una coraggiosa leadership che una presa di responsabilità comune da parte dei capi di Stato del Nord del mondo come del Sud, dei Ministri della salute, dei responsabili di programma, dei leader delle comunità religiose, civili e delle multinazionali di tutto il mondo. E non da ultimo delle società civili e di tutti i partners che ci hanno portato ai risultati attuali.

Questo include anche le organizzazioni LGBTQI che alcuni hanno cercato di lasciare fuori da questo meeting. Nella nostra visione, il progresso si ottiene unendo le persone, non tenendole fuori dalla porta.

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