Eutanasia e Dj Fabo: ammazziamoli tutti ‘sti malati terminali

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"Eutanasia: NO contro SÌ" non basta: la persona ha diritto al benessere anche se è malata, non ad avere solo il suicidio come alternativa alla sofferenza.

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Mi scuso per il titolo provocatorio, ma alcuni discorsi di chi vuole l’eutanasia “senza se e senza ma”, a me, suonano proprio così: «eliminiamoli tutti».

In questi giorni i temi che orbitano attorno al fine vita, all’eutanasia e al suicidio assistito sono ritornati in auge in seguito alla scelta di Dj Fabo di porre fine alla propria esistenza. Azione accompagnata da Marco Cappato dei Radicali per conto dell’associazione Luca Coscioni che, ieri sera 28 febbraio 2017, si è costituito alle forze dell’ordine. Cappato potrebbe essere accusato di “istigazione al suicidio”: di fatto, la sua è una mossa politica importante in vista della discussione alla Camera del disegno di legge sul testamento biologico.

Eppure, nonostante i Radicali diano (ancora una volta) la giusta spinta per trattare i temi etici evitati nei discorsi pubblici quotidiani, in tutta questa storia c’è qualcosa che non torna. Per capire cosa, bisogna prima rapidamente “sistemare” le carte in tavola. L’eutanasia, così come la intendiamo oggi, è quell’insieme di pratiche mediche volte ad abbreviare l’agonia e la vita di un malato terminale. Si parla di eutanasia passiva quando i medici non somministrano le cure per il mantenimento in vita della persona, di eutanasia attiva quando i medici causano direttamente la morte del paziente non cosciente, e di eutanasia attiva volontaria quando il paziente è cosciente e dà mandato ai medici di indurre la propria morte. Si parla di suicidio assistito quando è il paziente stesso a somministrarsi le sostanze volte a morire, con assistenza medica e legale.

Queste pratiche, dunque, fanno parte di un discorso molto più ampio denominato fine vita, dove troviamo l’interruzione volontaria delle terapie, assimilabile all’eutanasia passiva dove il paziente sceglie di interrompere le cure volte alla sopravvivenza; il testamento biologico, atto volontario dove si dispongono le proprie volontà in caso di futura incapacità di scelta rispetto agli eventuali trattamenti sanitari; e, infine, le così dette cure palliative, ovvero, tutti quei provvedimenti e pratiche volti a migliorare il più possibile la qualità della vita di persone colpite da malattie inguaribili e delle loro famiglie, attraverso la prevenzione e il sollievo dalla sofferenza. 

Quest’ultimo punto, a mio avviso, è centrale nella discussione che ruota attorno all’eutanasia e al suicidio assistito. Per cure palliative non s’intendono solo gli antidolorifici, ma tutti quegli interventi (di cura, da qui cure) volti a migliorare la condizione di sofferenza. Dunque, non solo il dolore del malato, ma anche il “peso” che ricade sulle famiglie e l’esclusione dalla società. Quante volte s’incontrano persone con sindromi o malattie croniche o degenerative che accarezzano l’idea dell’eutanasia poiché sfiancati dal dover pesare troppo sulle famiglie, che vedono come “costrette” a doversi plagiare sul disagio del familiare. Determinati aspetti della malattia che orientano le persone, alcune s’intende, a scegliere l’eutanasia sono “curabili” a fronte di un male che non se ne andrà mai. Curare quegli aspetti di salute fisica, mentale, della famiglia e d’inclusione e partecipazione sociale, tutti collegati alla malattia, possono migliorare la condizione di vita, costituendo un’alternativa desiderabile rispetto all’eutanasia.

La materia, dunque, è molto più complessa dei semplici slogan “salviamo il dono della vita” da una parte e “libertà di morire quando ci pare” dall’altra. Ecco cosa non mi torna in questa faccenda: la superficialità con la quale si affronta la tematica, trasformandola in una guerra di posizionamento polarizzato dove tutto è o bianco o nero. Ma così non è, ne sono certo.

Abbiamo brevemente parlato delle cure palliative: l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ritiene fondamentali questo tipo di cure, poiché – tra le altre cose – specificatamente volte ad infilarsi a gamba tesa tra le due fazioni viste prima. Queste cure tengono conto del diritto delle persone al benessere, allo stare bene, sia di chi ha una condizione di disabilità permanente o degenerativa, sia delle famiglie e delle persone che ne condividono la vita. Questo poiché, spesso, chi difende strenuamente e superficialmente la battaglia per l’eutanasia (che deve urgentemente essere introdotta e regolarizzata in Italia) rischia di difendere quel concetto di salute purissima che vede come esseri umani inferiori chi convive con sindromi e malattie. Per dirla in parole povere: se non si garantiscono e sviluppano il più possibile le cure palliativee in Italia non siamo lontanamente vicini al pieno regime – e si difende il diritto all’eutanasia senza considerare tutte le varianti, si rischia di promuovere l’idea che se si è sani si può vivere, altrimenti è meglio farla finita.

Dunque, le battaglie per l’eutanasia, il testamento biologico, l’interruzione delle terapie e per l’amministrazione di sostegno sono sacrosante, poiché il nostro paese è ancora fermo – come, per altro, lo è ancora nella gran parte degli ambiti concernenti i diritti umani. Ma bisogna fare estrema attenzione a non cedere a facili soluzioni: il benessere non è solamente pura mancanza di malattia, anzi. Per le persone con malattie o sindromi invalidanti, croniche o degenerative, il benessere è dato dall’equilibrio di salute fisica, salute mentale e inclusione sociale (come per ogni essere umano). Bisogna, prima di tutto, lavorare su questo tema, per il miglioramento del benessere e il mantenimento dei diritti, dove l’eutanasia e il suicidio siano sì opzioni possibili, ma non uniche soluzioni a condizioni difficili. Altrimenti non saremmo esseri umani.

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