Franco e Gianni, prima unione civile e Torino, scrivono al Papa: “Siamo una famiglia?”

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Per due credenti sentirsi fuori dalla Chiesa di Roma è inaccettabile.

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Avevamo già parlato di loro nei mesi scorsi (LEGGI QUI), ora torniamo a farlo per la lettera indirizzata a Papa Francesco scritta affinché la Chiesa finalmente li accolga: Franco e Gianni, 83 e 79 anni, sono stati una tra le prime coppie gay ad unirsi civilmente in Italia (lo scorso 6 agosto). La Stampa ha pubblicato alcuni stralci del messaggio rivolto a Bergoglio“Le domando Santità, dopo aver vissuto per 52 anni con il mio compagno, dopo esserci scambiati amore e sostegno, dopo aver condotto una vita a due, seguendo i canoni di correttezza ed onestà verso gli altri, siamo una famiglia?”. I due non ci girano intorno, intendono la loro lettera come una preghiera di apertura della Chiesa perché, dicono, non ce la fanno più a sentirsi fuori da essa.

Una lettera concisa, che va dritta al punto, scritta – così riferisce chi l’ha vista – con stilografica nera e bella calligrafia. La legge, il diritto non hanno risolto per la coppia torinese una questione di coscienza. Nel loro cuore di ferventi credenti (il loro viaggio di nozze è stato un pellegrinaggio a Lourdes, il quinto insieme) restano questioni pesanti, che per tutta la vita non sono mai riusciti a risolvere.

Lo esprimono con parole semplici nella lettera indirizzata a Papa Francesco, recapitate su due pagine di foglio A4 al Convitto Santa Marta“La legge Cirinnà ci ha dato questa opportunità splendida, avevamo quasi buttato via la chiave della speranza”, ma la domanda, urgente, al papa è: “Da oggi, come tratterà il clero noi coppia unita civilmente? Siamo anziani, fra non molto ci presenteremo in Chiesa per l’ultima Benedizione. Saremo accolti o respinti?”.

Ai giornalisti Franco e Gianni hanno detto: “Siamo una voce piccolissima, me ne rendo conto ma una coppia che ha sempre cercato di comportarsi al meglio nei confronti degli altri e tra noi. (…) Perché dobbiamo essere casti? (…) Non ho scelto di essere prete. Penso di avere diritto di vivere la mia sessualità in pieno con il mio partner, senza che la Chiesa mi consideri un peccatore”.

La missiva al pontefice pone anche una domanda forte, che a qualcuno certamente suonerà provocatoria:Sono forse famiglie quei nuclei in cui l’uomo picchia la moglie o la donna tradisce il marito, con corollario di trascuratezza dei figli? Allora felici di aver costruito una famiglia diversa”.

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