FUORI DALLE CATACOMBE

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Chiese gay in America Latina. Un fenomeno dalle dimensioni sorprendenti. Si incontrano in segreto, ma riescono a organizzare meeting affollatissimi. Ma ora, è tempo di coming out.

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Buenos Aires. Esterno-notte. In un silenzio di tomba, rotto solo dalle voci dei poveracci che vanno a raccogliere i cartoni lasciati davanti ai negozi per rivenderli all’indomani, un gruppetto di persone si avvicina a una porta di legno e suona il campanello. La porta si apre. Varcato l’uscio si deve percorrere un corridoio di 50 metri, scendere una rampa di scale e dietro un’altra porta appare quello che non ti aspetti: un altare, un pastore che consacra il pane e il vino e gente che prega. Sembrerebbe una cerimonia religiosa. Lo è.

La casa, che non ha particolari contrassegni, si trova nel centro della capitale argentina, per la comunità gay l’indirizzo ha un valore tutto particolare, è un simbolo. Qui ha vissuto e si è spento Carlos Jáuregui (foto), attivista di diritti civili. L’atmosfera non è certo rilassata. Non si possono fare foto. Le domande non sono bene accette e gli estranei si lasciano entrare di malavoglia. Non è solo voglia d’intimità. Ancora oggi non è così facile, in un paese piegato da una crisi economica che non accenna a finire, accettare il “diverso” in casa. Molti in famiglia nascondono la loro natura. Troppo alto il rischio di vedersi rifiutati.

Inizia la messa. Solo nella preghiera, l’aria si fa più tranquilla. Potrebbe sembrare paranoia, ma non lo è. Dichiarare le proprie tendenze nel mondo esterno potrebbe provocare, se non la morte sociale, certo una situazione di estremo disagio, per i preti la messa al bando dalla propria religione. Un atteggiamento che può far storcere il naso a molti, ma quando devi lavorare perché se no non mangi, difficilmente puoi permetterti di fare l’eroe.

Il primo che negli anni ottanta decise di fare qualcosa per dar modo a tutti i credenti di pregare Dio, qualsiasi fosse il loro orientamento sessuale, fu il pastore Roberto González (foto) che mise in piedi la ICM (Chiesa della Comunità Metropolitana). La sede centrale sta a Los Angeles.

La sua storia è simile a quella di tanti qui in America Latina. 56 anni, pastore protestante, dai quando ne aveva 15 sapeva benissimo chi e che cosa era. Anche gli altri lo sapevano, il padre però, sul letto di morte, gli fece promettere che si sarebbe comportato da uomo. Il pastore Roberto promise. E si sposò. Un matrimonio durato sedici anni. Ebbe due figli e rimase all’interno della chiesa Metodista celando il suo segreto, conscio di quella che sarebbe stata la reazione della gerarchia alla scoperta delle sue tendenze. Si mise a studiare teologia e si innamorò di un ragazzo. Immediatamente la chiesa gli ritirò il suo appoggio e il pastore Roberto González si ritrovò senza lavoro. Da allora ha deciso di fondare una chiesa dove tutti, ma proprio tutti, potessero celebrare il rito cattolico e pregare Dio. Roberto González non fa proselitismo e neppure apologia dell’omosessualità. Semplicemente crede che la santità non passi attraverso le inclinazioni sessuali, che peccato sia il furto, la corruzione, la violenza, non l’omosessualità.

Il suo Ministero non è riconosciuto in Argentina. Il processo si ottiene attraverso l’iscrizione al Registro Nazionale del Culto, un struttura creata dall’ultima dittatura militare. La ICM, con un chiaro gesto politico, chiese l’iscrizione al Registro, che fu, ovviamente, respinta. E questo in una parte del mondo dove proliferano gli arruffapopolo e ogni ordine di chiese e sette.

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Oggi le comunità più importanti di questa chiesa sono in Argentina e Brasile, ma sono presenti anche in altri paesi del continente. Rischiando il tutto per tutto, due anni fa, in occasione della Pasqua, i membri della chiesa si riunirono a Bueonos Aires. Il meeting ebbe un tale successo da essere ripetuto l’anno dopo in Uruguay. Il prossimo si terrà a Santiago del Cile.

Ma le cose, lentamente, stanno cambiando. Buenos Aires è considerata la mecca del turismo gay in America Latina e una nuova legge riconosce perlomeno le unioni civili fra cittadini dello stesso sesso. Una legge che, al momento è la migliore possibile. Per via di un cavillo giuridico. In Argentina esiste la possibilità che una coppia che, per una qualche ragione, non sia in grado di celebrare un matrimonio religioso, abbia gli stessi diritti di una coppia sposata in chiesa. Fra questi diritti anche quello di accedere a un credito comune, a intascare l’assicurazione del compagno o della compagna oppure richiedere al posto di un’altra persona una licenza. Ovviamente le gerarchie ecclesiastiche si sono scagliate contro questa legge, considerata un attentato al diritto di famiglia e una bestemmia contro la bibbia.

Il fondamento più forte di questa visione è che le Sacre Scritture considerano l’omosessualità un grave peccato. In realtà i membri della comunità ribattono che si tratta di una lettura di parte, che andrebbe fatta nel contesto storico. Malintesi di questo tipo già in passato hanno fatto sfracelli. Uno su tutti la giustificazione della schiavitù.

Molti esponenti della comunità GLTB (gay, lesbica, transgender, bisessuale) oggi, in America latina, per questo motivo rifiutano di costituire una copia delle chiese tradizionali e preferiscono chiamarsi con altri nomi. Fortunatamente però la situazione sta cambiando. Il prossimo passo per questi fedeli dovrebbe essere “l’uscita dalle catacombe”. Un gesto gettato in faccia a quelli che Dio se lo sono costruito a propria immagine e somiglianza, un po’ diverso da come, forse, realmente è.

di Peter Blazan

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