Gay press, internet e la crisi

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Negli Usa i magazine per adulti hanno risentito della diffusione della Rete, mentre resistono i free press e le riviste capaci di interagire con Internet. E in Italia,...

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A partire dagli anni ’60 la stampa che si è rivolta al pubblico gay negli Stati Uniti ha fatto da esempio per il resto del mondo. Per prime sono arrivate le riviste cripto gay, che con la scusa del culturismo e del fitness presentavano situazioni chiaramente omoerotiche. A seguito dell’allentamento della censura, negli anni ’60 comparvero i primi giornali gay, e dagli anni ’70 in poi – quando caddero gli ultimi veti e il movimento gay iniziò ad alzare la testa – ci fu una vera e propria invasione di prodotti cartacei (dall’impegnato al pornografico), per le librerie, le edicole e i punti vendita di prodotti gay. Dagli anni ’70 all’arrivo di internet contribuirono a solidificare il mercato (e l’autocoscienza dei gay) anche là dove non si trovavano comunità gay particolarmente attive e numerose.

La free-press distribuita nei locali USA (e in altre nazioni) dagli anni ’90 non ha sostanzialmente cambiato le cose, visto che si rivolgeva ad una nicchia di mercato (quella dei gay clubbers) che non si sovrapponeva necessariamente alla comunità gay in senso lato. Anche l’arrivo di internet non sembra avere segnato particolarmente questo tipo di prodotti, che proprio sulla sinergia con internet stanno puntando, proponendo un’offerta di alto profilo che integra e completa quello che arriva dalla rete. Per quel che riguarda l’editoria erotica e pornografica, che a partire dagli anni 80 (con il boom dell’home-video) si è incamminata lungo un sentiero a parte, i riferimenti hanno seguito gli sviluppi del pornbiz, la nascita (e il tramonto) delle sue icone, e i gusti del pubblico. L’arrivo di internet, però, ha travolto questo settore. Com’era prevedibile ultimamente si sta assistendo a una vera e propria moria di riviste, anche storiche, che non sono riuscite a stare al passo coi tempi. I primi segnali si sono visti con la chiusura della rivista cripto gay per eccellenza, ovvero Playgirl.

Altri editori gay, però, se la stanno vedendo decisamente peggio: la Mavety Media Group (leader del settore per decenni, con mensili storici come Honcho, Torso, Inches, Black Inches, Latin Inches, Mandate e Playguy) e la Knight Publishing (XXX Showcase e l’annuale Adam Gay Video Directory) hanno appena dichiarato fallimento. Sicuramente l’onda lunga della crisi globale ha influito, ma è indicativo il fatto che un altro editore del settore, la Specialty Publications (Freshmen, Menmagazine, Unzipped), negli ultimi anni ha visto incrementare notevolmente il suo fatturato. Merito, probabilmente, dei suoi investimenti sul web: un blog aggiornatissimo, diversi siti che integrano i prodotti cartacei, collaborazioni con siti famosi (tra cui randyblue.com) e popolari attori hard, servizi fotografici esclusivi e approfondimenti vari. Evidentemente oggi il pubblico gay, soprattutto in tempi di crisi, preferisce investire su prodotti di qualità e che hanno un taglio che tiene conto dei tempi.

Intendiamoci: la Mavety e la Knight proponevano riviste per adulti di qualità molto alta, che però erano rimaste troppo ancorate alla formula che ne aveva decretato il passato successo: recensioni, servizi tratti dai video, interviste ai performer e racconti espliciti. Tre cose tutto sommato superflue per chi ha una connessione a banda larga. In ogni caso la situazione dell’editoria gay americana a vari livelli si sta riflettendo nel resto del mondo, dove i magazine riescono a mantenere tirature invidiabili e dove gli adult magazine rinnovano la propria formula per adeguarsi ai tempi e interagire col web. E questo non succede solo in Europa, ma anche in paesi come il Brasile e il Giappone (dove il confine fra magazine e adult magazine è molto più sfumato che altrove).

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Tanto per cambiare anche sotto questo punto di vista la realtà gay italiana si dimostra anomala. Con la chiusura di Babilonia siamo l’unico paese occidentale che non ha un gay magazine in edicola. Un paese in cui tanti gay sono ancora fedeli ai mensili cripto gay (da Men’s Health a Vanity Fair) e in cui non è rimasto alcun gay adult magazine, mentre (e questo accade solo da noi) la free-press distribuita nei locali ha un ruolo egemone (per quanto circoscritto). I gay italiani vanno tutti su internet? Forse, ma se così fosse come si spiega il fatto che le uniche pubblicazioni gay rimaste in edicola (e che reggono ancora bene) sono quelle di annunci "personali"? Traete voi le conclusioni.

di Valeriano Elfodiluce

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