Giovane tunisino in carcere perchè gay: l’appello dell’avvocato

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Intervista esclusiva all'avvocato Fadoua Braham che ci racconta l'incredibile vicenda

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22 anni, studente universitario di una facoltà di commercio, vive in Tunisia, ad Hammam. Lo chiameremo Marwen (nome di fantasia), come hanno fatto alcuni giornali progressisti tunisini, per garantirne l’anonimato. E’ finito in carcere dove deve scontare una anno. La sua colpa? Essere omosessuale.

Questa storia – allucinante, quasi medioevale – la avevamo già raccontata , riprendendola da agenzie internazionali. Ma siamo voluti andare più a fondo, per avere conferme, conoscere i dettagli ed anche capire come poter essere d’aiuto. Abbiamo quindi contattato ed intervistato una giovane e gentile avvocato di Sousse, Fadoua Braham (in foto).

Avvocato, ci può raccontare in breve la vicenda?

Il 7 settembre la polizia giudiziaria di Hammam ha convocato Marwen per interrogarlo a proposito di un omicidio, dal momento che sul cellulare della vittima c’era una chiamata al suo numero telefonico il giorno stesso del delitto. La polizia gli ha fatto alcune domande per capire in che tipo di rapporti era con la vittima, che era conosciuta per essere omosessuale. A quel punto, lo hanno accusato di avere avuto con la vittima dei rapporti omosessuali che alla fine, dopo inaudite pressioni verbali e fisiche, il ragazzo ha confessato di aver avuto. Non era quindi più in ballo l’omicidio, a quel punto, ma bensì la violazione dell’articolo 230 del codice penale tunisino che penalizza l’omosessualità e che addirittura risale al 1913, ai tempi del Protettorato Francese: nessuno in questi anni ha infatti mai avuto il coraggio di occuparsi di questo articolo e cambiarlo, visto che prevede addirittura la reclusione fino a tre anni di prigione.

Cosa è successo quindi?

Il ragazzo è stato immediatamente arrestato e incredibilmente sottoposto alle misure cautelari previste per i reati più gravi, che gli impedivano di poter contattare la famiglia e l’avvocato: per cinque giorni non infatti ha avuto alcun contatto con l’esterno. Venerdì 11 settembre, al mattino, è stato portato all’ospedale e sottoposto ad un esame anale, senza che lui avesse in alcun modo dato il consenso. Nel pomeriggio è stato portato alla Procura della Repubblica dove è stato deciso di mantenere l’arresto e di accusarlo di omosessualità. Solo allora ha potuto rivedere la sua famiglia e incotrarmi. Il 22 settembre è stato condannato ad un anno di prigione per omosessualità ed attualmente si trova in carcere. Ho già presentato appello alla sentenza ma non è stata ancora fissata la data per l’udienza: spero che la pressione mediatica, soprattutto internazionale, possa continuare affinché questo ragazzo possa essere aiutato: quanto è successo infatti è del tutto inaccettabile.

Come sta il ragazzo e quali sono le sue condizioni in questo momento?

Il ragazzo è al terzo anno di una facoltà di commercio e quindi le sue preoccupazioni sono legate alla famiglia ed al fatto che sta perdendo l’anno scolastico che inizia proprio ora. Più di ogni altra cosa però si preoccupa di ciò che accadrà dopo il carcere, perché la società tunisina è ancora molto chiusa e quindi ha molta paura di come sarà la sua vita una volta che uscirà di prigione.

Il suo nome è stato svelato dalla stampa tunisina?

Ho lottato a lungo perché il processo fosse a porte chiuse e così è avvenuto. Purtroppo mercoledì scorso il Ministero degli Interni, sollecitato dai media, è intervenuto sulla vicenda per difendere l’operato delle forze dell’ordine: nel dare la sua versione dei fatti, ha rivelato il nome del ragazzo ed ha inoltre detto molte inesattezze, come ad esempio sostenere che si prostituiva e che non era uno studente ma un operaio. Tutto questo nonostante io abbia presentato un dossier completo per contrastare queste accuse ulteriormente infamanti, dimostrando che era studente universitario, che i genitori lo mantenevano negli studi e che comunque faceva alcuni lavori occasionali, con tanto di buste paga esibite al magistrato.

Quanto spesso questo articolo del codice viene applicato in Tunisia?

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Ci sono purtroppo abbastanza spesso dei casi, come dimostrano i report del Ministero della Giustizia che purtroppo non conosco nel dettaglio.

Questo abominio dei test anali, condannato più volte anche da organismi internazionali, viene usato spesso per applicare l’articolo 230?

Viene usato sempre per dimostrare l’omosessualità. Il giudice nel caso in questione come in altri ha dichiarato che l’esame era necessario: a quel punto il dottore che lo ha effettuato non può rifiutarsi, altrimenti rischia a sua volta un anno di prigione.

Nei giorni scorsi abbiamo letto che il Ministro della Giustizia tunisino in una intervista telefonica ha dichiarato di voler abrogare l’articolo 230. Con che tempi? E questo potrebbe aiutare il ragazzo?

Non sarà semplice, perchè il ministro è già stato aspramente criticato per queste sue dichiarazioni: non sono affatto sicura che verrà presentata questa proposta. In ogni caso, se questo accadrà, certamente sarà d’aiuto per questa e per altre vicende.

Tanti sostengono che l’articolo 230 sia incompatibile con la nuova Costituzione tunisina del 2014. Ha intenzione di portare il caso di fronte alla corte costituzionale?

Lo farei molto volentieri se avessimo una corte costituzionale. Ma purtroppo in Tunisia la norma della Costituzione che la prevede non è stata ancora applicata.

Ultima domanda. Come possiamo aiutare questo ragazzo e in generale le persone lgbt tunisine?

Potete essere moltissimo d’aiuto, creando una pressione internazionale attraverso i mezzi di informazione. Io spero che la vicenda del mio cliente possa aiutare una qualche soluzione prima o poi per gli altri, oltre che per se stesso. E’ però una questione di libertà, di diritti civili e di rispetto della dignità umana che non riguarda solo gli omosessuali. Come avvocato io non lavoro solo su casi come questi, ma certamente sono più sensibile di altri, perché penso che non si possa rovinare così la vita ad un ragazzo di 22 anni. In questo caso, ad esempio, do il mio patrocinio gratuitamente, accollandomi ogni spesa. Il mio cliente ha sicuramente bisogno di aiuto, non solo o non tanto per ora quanto per il futuro, perché lui (ed io con lui) siamo estremamente preoccupati della sua sicurezza una volta che uscirà dal carcere: le pressioni internazionali su questo saranno determinanti.

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