Gli pseudo pastori

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Ovvero, coloro cui la sorte delle pecorelle non interessa: don Narciso non c'è più ma alcune sue opinioni sembrano più che mai attuali, specie dopo l'ultima esternazione di...

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Dopo aver letto l’ennesima esternazione delirante del papa sulla sessualità avevo pensato di scrivere un commento al vetriolo. Poi mi sono chiesto cosa ne avrebbe pensato l’amico don Narciso se fosse stato ancora tra noi: mi sono andato a rileggere i nostri dialoghi su Gay.it e ho selezionato alcune opinioni su cui varrebbe la pena tornare. Per opporsi a chi cerca di prevaricare gli altri e dare un po’ di coraggio a chi si sente attaccato.

Ratzinger sta dando i numeri, sta uscendo dalla sua funzione. Papa Giovanni XXIII si scagliava contro i "Profeti di sciagura", che annunziavano il male, lo vedevano dappertutto. I problemi delle famiglie sono economici, perché i ragazzi non hanno un lavoro, non hanno una casa, fanno sesso con la fidanzata ma non producono figli, perché non possono permetterselo. E’ la nostra società ricca, egoista e classista, che condanna i suoi figli. E’ questa l’Europa atea, quella che rinuncia a Cristo.

Il Vangelo insegna che il Dio creatore non è un demone cattivo che si diverte a creare confusione. Gesù ci dice che Dio è un Padre amorevole anche quando non ne capiamo le intenzioni. Noi partecipiamo dell’Intelligenza divina per il semplice fatto di esistere (per i cristiani il tramite simbolico è il battesimo) e Gesù ci insegna ad amare gli altri e ad attutire la naturale lotta per l’esistenza perché siamo tutti riflesso dell’Intelligenza divina.

Ognuno ha una sessualità e sceglie come viverla, senza che questo determini se è una brava persona o non lo è. Mosè e san Paolo davano per scontata la schiavitù, una cosa che oggi noi riteniamo inaccettabile. Gesù invece ci insegna soprattutto ad amare il prossimo. Quando gli chiesero cosa fare della peccatrice lui disse: "Chi di voi è senza peccato…".

L’enciclica "Humanae vitae" è stato l’inizio della fine. Dopo Papa Giovanni si respirava aria di libertà, in tutti i sensi, ma col ’68 e la rivoluzione giovanile, impaurirono Paolo VI (ma anche l’allora giovane e progressista cardinale Ratzinger), che fino a quel momento era stato un Papa moderno, aperto al dialogo. Con l’enciclica, decisa contro la maggioranza, tentò di porre un freno.

I vecchi non possono capire i problemi dei giovani, finiscono per chiudersi sempre di più. Questo Papa sta facendo come Bonifacio VIII, che sosteneva che la Chiesa dovesse avere le due spade: il potere spirituale e anche quello temporale. L’attuale accanimento dei prelati non soltanto non è evangelico, ma è veramente antievangelico. Molti si sono allontanati dalla Chiesa proprio a causa di preti ‘rigoristi’, che non accolgono o perfino respingono. E’ un gran male condannare a priori buona parte del gregge di Cristo.

Nella Genesi era stato detto ai progenitori: "Non mangiare da questo albero". Nel Vangelo al contrario l’invito è: "Prendete e mangiate". Ma alcuni pastori si ostinano ad opporsi con regole applicate senza misericordia. Nel vangelo di Giovanni, Gesù parla del buon pastore e degli pseudopastori (o pastori mercenari) a cui la sorte delle pecorelle interessa poco e che d’altronde le pecorelle non riconoscono e non seguono. Troppe volte si sono appropriati dei pochi testi biblici di contenuto ambiguo, ignorando che Gesù non ha mai toccato certi temi, ma ha condannato di continuo l’arroganza religiosa degli ipocriti che giudicavano impietosamente gli altri.

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La storia della Chiesa è piena di ambiguità. Non soltanto per i dissoluti pontefici del Rinascimento, ma perfino per certi santi problematici come Gregorio Magno. Tante volte nella Chiesa si è praticata la tirannia da una parte e il servilismo dall’altra. Un film come "Il nome della rosa" ha mostrato agli occhi di un gran pubblico in maniera caricaturale, ma non del tutto immaginaria, che cosa sia l’abuso del potere e, quel che è peggio, in nome di Dio.

Noi preti dovremmo leggere il Vangelo in chiave autocritica. Tutto quello che Gesù dice dei farisei lo dovremmo applicare per primi a noi stessi, facendo un rigoroso esame di coscienza: la menzogna regna fra di noi e l’autogiustificazione ad ogni costo è accompagnata dal giudizio feroce verso i fratelli più piccoli, che spiritualmente hanno ricevuto meno di noi. Per non parlare dell’adulazione come strada alla carriera o del lusso dei nostri gerarchi, che contrasta assai con la povertà del Maestro di Nazareth. In nome di una tradizione si va contro il Vangelo. Che bisogno c’è di mettersi sulla testa un copricapo, brutta imitazione delle mitre dei sacerdoti pagani, se non del faraone di Egitto, o di portare in mano un sbarra di metallo, che ricorda più il caduceo di Mercurio, quando si parla delle beatitudini, programma essenziale di povertà e umiltà? Madre Teresa e Francesco d’Assisi sono stati più coerenti. Ma tante cose nella prassi clericale contraddicono le parole di Gesù, che, per esempio, dice di non chiamare nessuno "padre", perché uno solo è il Padre dei Cieli. Eminenza o eccellenza sono titoli antiquati, che stonano con la nostra epoca, figuriamoci quando si parla del "santo padre". Solo Dio è santo. Anche l’accumulo di danaro da parte delle comunità religiose è antievangelico: offende i poveri e induce a non credere alla nostra predicazione. Per non parlare delle laute vacanze dei discepoli di chi non aveva dove riposare la testa, mentre molte persone comuni nemmeno possono permettersele.

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