Grazie a Dio, Eluana ce l’ha fatta

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Il caso Eluana si è concluso e Beppino Englaro, con la sua scelta di legalità, ha vinto. Adesso è il momento del silenzio. E di una legge che...

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Grazie a Dio, Eluana ce l’ha fatta.

Dal momento che noi ci fidiamo dell’amore – la parola più difficile al mondo  – di un padre per sua figlia e della sua sincerità, siamo convinti che quella di non soffrire inutilmente in uno stato vegetativo fosse una sua precisa scelta ed è quindi poco paradossale che noi oggi siamo in qualche modo felici della morte di una persona. Perché a volte la morte può essere drammaticamente liberatoria.

Alla compostezza del papà di Eluana andrebbe fatto un monumento, ma anche al suo attaccamento alla legalità. Beppino avrebbe potuto fare come fanno in tanti in questo nostro dannato paese: allungare una mazzetta a un medico, o trovare un anestesista laico disposto ad esagerare con la morfina, o con un farmaco qualunque. Bastava poco, e sicuramente Beppino, in tanti lunghissimi anni, ne ha avuto la possibilità. Ma ha fatto una scelta coraggiosa, di persona che crede nello stato di diritto. Ed, a suo modo, ha avuto ragione, perché ha vinto. Grazie anche ad un Presidente della Repubblica che, dopo tanto torpore, ci ha fatto capire che la scelta di eleggerlo non fu poi così sbagliata, tutt’altro.

Ora sarebbe il momento del silenzio. Dopo tanto clamore, dopo gli interventi della politica, dopo gli strappi istituzionali ed i capricci di un Presidente del Consiglio che non riesce evidentemente a contenersi, sarebbe il momento per tutti di ripensare seriamente ad una legge sul testamento biologico che lasci agli individui – e solo a loro – la libertà di scegliere la massima intensità del trattamento terapeutico cui essere sottoposti.

In questi giorni, una vera e propria – e quanto mai preoccupante – opera di disinformazione è stata compiuta. Si è con sacrilegio usata la parola “libertà” per affermare il diritto di chi legittimamente ritiene la vita sacra fino all’ultimo istante, a costo di qualunque sofferenza, di imporre agli altri la propria visione, anche a chi – come il sottoscritto – ritiene che dopo un certo punto “staccare la spina” deve rientrare nei diritti inalienabili e fondamentali di ciascun essere umano. Si è urlato allo Stato che impone la propria morale sugli individui, quando è paradossalmente il contrario, perché qui nessuno chiede di dare a terzi il diritto di praticare l’eutanasia o sospendere trattamenti terapeutici invasivi, ma di lasciare la scelta unicamente all’individuo o alle persone che questi ha designato.

Anche qui, occorre però evitare la cultura dello scontro, del muro contro muro, dei laici contro i cattolici. Perché questo paese ha bisogno di tutt’altro fuorchè di una nuova, ennesima guerra civile sui principi. E perché, banalmente, noi laici rischieremo seriamente di perderla, con un sistema dell’informazione così strutturato.

Lasciamo agli individui ed alle persone da questi designate, sotto la rigida supervisione di medici non obiettori, la possibilità di scegliere fin dove spingere l’accanimento terapeutico. Né troppo presto – perché si parla della vita e della morte delle persone, e le garanzie non sono mai troppe, specie in un  paese con una scarsa propensione alla legalità quale è l’Italia -, né troppo tardi, oltre il consentito dall’unica cosa che può decidere su questi temi, e cioè la propria coscienza individuale.

Che il Parlamento legiferi alla svelta, ma con una legge che semplicemente non imponga alcuna morale sugli altri: né morale di integralismo laicista, né tanto meno morale cattolica.

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Se il Parlamento sciaguratamente facesse tale scelta, come prevede il disegno di legge governativo, allora sì che la battaglia di Beppino, come quella dei tanti che lo hanno preceduto, sarebbe stata drammaticamente vana. E noi saremo ancora una volta decisamente meno liberi.

 

Alessio De Giorgi

Direttore di Gay.it

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