Caro Guè Pequeno, non sappiamo che farcene dei tuoi “tanti amici gay”

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La recente polemica su Twitter che ha coinvolto il rapper è l'occasione per chiarire perché vantare supposte amicizie omosessuali non è una mossa accettabile.

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Il rapper Guè Pequeno in queste ultime ore è stato travolto dalle polemiche dopo che, su Twitter, ha dato del “pezzo di ricchione” a un fan che gli faceva notare che il nuovo taglio di capelli non gli stava bene.

Premettendo che Pequeno non è certo noto per la sua raffinatezza e che la reazione isterica per l’offesa sui capelli non fa onore alla virilità a cui Guè tanto sembra tenere, forse è il caso di spendere due parole sul modo in cui il rapper pensa di aver risolto l’incidente. Ecco i tweet “riparatori”.

Praticamente Guè ha detto “non sono omofobo, ho tanti amici gay” . Eccallà.

Non se ne può più, ormai questi hanno imparato la formuletta e ciclicamente la ritirano fuori. Sia chiaro una volta per tutte: non ci interessano i vostri amici gay, non valgono come difesa ovvero attenuante per gli insulti, le offese, gli sfottò. Se avete amici gay che apprezzano, rivolgete a loro i “pezzi di ricchione”. Non agli sconosciuti, pubblicamente, sui social. Perché ciò che un personaggio pubblico fa pubblicamente assume valore culturale, sociale, politico. Diventa un precedente, modella il costume, il luogo comune.

Invocare supposti legami amicali o familiari con omosessuali dopo gli insulti non ha alcun autentico potere riparatore. È tempo di spezzare questo regime tipicamente italiano per cui il privato diventa canone per la norma e il giudizio. Ciò di cui qua si discute sono le azioni pubbliche, i messaggi che si mettono in circolo, queste edificanti sparate sul web che i tuoi fan, caro Pequeno, possono vedere e poi emulare. Questo conta. I tuoi “amici gay” – se davvero ci sono – non contano niente.

L’omofobia diciamolo una volta per tutte: è compatibile con il fatto di avere amici gay. Come il maschilismo è compatibile col fatto di avere una moglie o una fidanzata. Il problema è come si maneggiano queste identità al di fuori dei legami privati, contingenti. Il problema è il grado di rispetto che si è pronti a riconoscere alle persone omosessuali e all’identità omosessuale. Il fatto di non ritenere l’attribuzione di omosessualità un potenziale insulto da usare, ad esempio, contro uno che ti dice che ti sei tagliato male i capelli.

Non conta niente se chi ricorre agli insulti omofobi ha amici gay, come non conta se chi offende e svilisce le donne poi con queste ha delle relazioni sessuali. Certo che anche i maschilisti e gli stalker e i violentatori hanno fidanzate e madri e mogli. Eppure offendono, perseguitano, violentano. Come la mettiamo? Le relazioni private qui lasciano il tempo che trovano.

E il riferimento al maschilismo, caro il mio Pequeno,  non lo faccio mica a caso. Già, perché come vogliamo definire quella pietra miliare ispirata e edificante rappresentata dal brano Cantante italiana, di cui sei artefice con Marracash, se non un’esaltazione del maschilismo? Un giochetto facile, in questo paese disgraziato in cui il maschilismo va via meglio del pane. E in quella canzone sfruttate proprio l’inciviltà di questo paese e la alimentate.

Poi, diciamocelo: chi li ha mai visti questi amici gay? Vengono sempre evocati e si finisce puntualmente così, con questi amici che valgono un po’ da formula magica che pretenderebbe di annullare ogni macchia, ogni colpa. Gli amici non li vede mai nessuno, gli insulti invece ci sono eccome. 

D’ora in avanti, amici, vi prego, non facciamone più passare una. Se uno vuole portare delle prove a sostegno della sua apertura mentale piuttosto metta direttamente in discussione il suo machismo. Che ne so, posti una sua foto truccato o meglio in cui si limona un amico.

Vi crederemmo di più e ci risarcireste almeno con una scossa ormonale.

Jonathan Bazzi

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