GUERRA PER LA PACE?

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Arcigay aderisce all'appello di Emercency "Fuori l'Italia dalla guerra". Ma non tutti sono d'accordo: c'è chi pensa che Arcigay debba occuparsi solo delle questioni omosessuali.

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BOLOGNA – Il tema della guerra rischia di portare una spaccatura all’interno di Arcigay. E non è la prima volta. Domenica scorsa si è svolto a Bologna il Consiglio Nazionale dell’associazione, durante il quale si è discusso e votato un ordine del giorno di adesione dell’Arcigay nazionale all’appello di Emergency “Fuori l’Italia dalla guerra”, che si concretizzerà in una serie di fiaccolate in giro per l’Italia nella serata di martedì 10 dicembre. L’ordine del giorno, tuttavia, è stato approvato solo grazie al fatto che chi si opponeva non ha abbandonato l’aula provocando così una mancanza del numero legale. In sostanza si può dire che è stato approvato proprio grazie a chi era contrario.

Emerge così la differenza di vedute tra chi crede che la massima organizzazione gay italiana non debba esprimersi su tematiche che esulino quelle strettamente connesse con la rivendicazione dei diritti gay e chi vorrebbe invece un’Arcigay più “militante”. Un dibattito che si svolge sia tra gli iscritti sia a livello dirigenziale. Anche nel Congresso Nazionale svoltosi a Rimini nel febbraio scorso, una mozione in cui si esprimeva l’opposizione verso l’intervento militare in Afghanistan, non era stata messa ai voti perché i rappresentanti contrari avevano scelto di assentarsi facendo mancare il numero legale.

Il presidente nazionale Sergio Lo Giudice giustifica l’ordine del giorno, da lui sostenuto, affermando che l’intervento armato in Iraq non può essere ignorato dalla comunità omosessuale: «Sicuramente una eventuale guerra non agevolerebbe il processo di democratizzazione in quell’area, che è indispensabile per il miglioramento delle condizioni dei gay in quei paesi».

Secondo Vincenzo Capuano, che è tra coloro che hanno presentato l’ordine del giorno, questa motivazione vale solo in seconda istanza: «l’Arcigay è pacifista per statuto e ripudia la guerra in ogni caso. Rientra nei compiti statutari della nostra organizzazione schierarsi in difesa dei diritti umani di chiunque». Una scelta politica a 360 gradi, quindi, quella che Capuano vede in Arcigay: «Non siamo il sindacato dei gay, anche se questa espressione è stata usata per indicare il nostro ruolo di fornire servizi alla comunità omosessuale. Fare politica per i gay significa fare politica e basta».

Di tenore opposto le parole di Antonio Trinchieri, consigliere al Municipio I di Roma e presidente dell’Arcigay del capoluogo: «Noi siamo il sindacato dei gay, e dobbiamo sostenere le ragioni dei gay. Anche l’adesione a iniziative di altri che non ci riguardano direttamente andrebbe fatta seguendo il principio di reciprocità: chi critica Arcigay perché non partecipa, ad esempio, al Social Forum, perché è tiepido nei confronti di Lilliput che non viene ai Gay Pride

Replica Capuano: «A parte il fatto che in molti casi le organizzazioni che aderiscono al Social Forum hanno in realtà partecipato ai Pride, io non ne farei un’adesione condizionata: rileverei piuttosto che sotto alcuni segni la battaglia è comune, e la combatteremo insieme».

Possiamo dire che l’episodio di domenica rappresenti una svolta per Arcigay, che d’ora in avanti potrà esprimersi più spesso anche sui temi di politica generale? «C’è una forte pressione da parte di molti circoli locali che vorrebbero che Arcigay partecipasse alle scelte politiche nazionali, esprimendo una propria posizione», afferma Lo Giudice, secondo il quale, comunque, «non sta scritto nelle tavole della legge su cosa Arcigay debba impegnarsi. E’ una scelta dinamica, che dipende dal ruolo che l’associazione vuole avere momento per momento nella società».

Di diverso avviso Giacomo Andrei, presidente del circolo Arcigay di Siena e oppositore dell’ordine del giorno votato domenica: «La comunità omosessuale non vuole un’organizzazione che decida cosa è bene e cosa è male – spiega Andrei – C’è bisogno di community center, di servizi da offrire alle persone omosessuali. Personalmente sono favorevole all’intervento armato, e ho votato contro l’ordine del giorno. Ma prima ho chiesto che non venisse votato. Discutere questi temi porta inevitabilmente a una divisione, come è successo anche al Congresso Nazionale. Mi auguro che chi dirige Arcigay comprenda che è il momento di farla finita e che non ci sia una terza occasione come questa».

Anche Trinchieri è tra coloro che hanno votato contro l’ordine del giorno: «A Rimini, dove c’era un’assise più rappresentativa, era stato deciso che sui temi di politica generale Arcigay avrebbe lasciato ai circoli locali la facoltà e la libertà di prendere posizione». Secondo il rappresentante romano comunque, non si può parlare di spaccatura su questi temi: «Se io, Andrei e i rappresentanti triestini, che abbiamo votato contro, avessimo avuto obiezioni di tipo politico, saremmo usciti per far mancare il numero legale. Invece siamo rimasti sapendo che la mozione sarebbe passata. La nostra obiezione è di metodo: siccome si sa che questi temi portano divisione, è più opportuno che ad esprimersi siano i circoli locali, dove una discussione più approfondita può essere fatta con la partecipazione di tutti».

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