I GAY CONTRO CAINO

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10 ottobre: Giornata Mondiale contro la Pena di Morte. Una cosa che riguarda gli omosessuali. Come l'uzbeco Ruslan Sharipov, o il giovane nigeriano Jibrin Babaji. Due casi da...

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MILANO – La violenza di Stato rimane la più insopportabile, anche verso chi si è macchiato di colpe orribili. Caini quegli Stati (ben 83) che applicano la pena capitale. Di recente negli Usa si è scoperto quali sono gli effetti fisiologi della morte indotta per “iniezione letale” considerata finora “umana”. Il corpo del condannato paralizzato dal “Pavulon” risparmia ai presenti lo spaventoso inferno che si scatena dentro una vita ancora cosciente, contorta in dolori inenarrabili. Si vieta l’uso del “Pavulon” sugli animali e lo si inietta nelle celle della morte. Violenza e morte per mano di chi dovrebbe perseguitare questi crimini.

Ci occupiamo di un caso vergognoso successo in Uzbekistan (mantenitore della pena di morte) non prima di segnalare una grande iniziativa. Il 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale contro la pena di morte organizzata dalla Coalizione mondiale contro la pena di morte, un movimento di cui fanno parte sindacati, organismi legali, autorità locali e associazioni per i diritti umani. In Italia Amnesty International ha organizzato numerose iniziative in molte città (leggi in fondo alla pagina), preoccupata per il drammatico aumento dell’uso della pena capitale, comminata persino ai minorenni. La partecipazione agli eventi organizzati da Amnesty è un impegno per la vita come lo è nello specifico l’aiuto che abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere per Jibrin Babaji (clicca qui per la petizione in suo favore) e che ora chiediamo per Ruslan Sharipov.

Il 26 maggio scorso in Uzbekistan, il giornalista Ruslan Sharipov viene arrestato dalla polizia dell’anti-terrorismo, assieme ai colleghi Oleg Sarapulov e Azamat Mamankulov. I tre sono conosciuti per il loro impegno sui diritti civili e per aver scritto molti articoli, anche su internet, sulla corruzione e gli abusi della polizia. Azamat Mamankulov nell’ottobre 2002 era stato ritracciato da ufficiali del servizio di sicurezza nazionale in un internet cafè. Fu pestato a sangue e avvisato di troncare la sua collaborazione con Sharipov. A febbraio è toccato a Sarapulov. Il giornalista viene arrestato e tenuto in galera per due giorni con l’accusa di aver fatto girare alcuni opuscoli firmati da Ut-Tahrir di Hizb, un gruppo islamico fuorilegge in Uzbekistan. Ruslan Sharipov viene più volte fermato dalla polizia, interrogato sulle sue attività giornalistiche, maltrattato e per due volte rapinato da sconosciuti.

A maggio qualcuno decide di silenziare definitivamente i tre reporter. Vengono prelevati segretamente e tradotti in galera. L’accusa per Ruslan, omosessuale dichiarato, è di aver intrattenuto rapporti sessuali a pagamento con due minorenni (la stessa accusa fatta al nigeriano Jibrin Babaji, strano vero?). La scomparsa dei tre uomini viene segnalata alla “Human Rights Watch”, l’organizzazione per i diritti civili che da tempo combatte la persecuzione poliziesca contro i tre giornalisti. La polizia nega l’arresto di Ruslan e solo dopo due giorni l’avvocato riesce a incontrare il suo assistito che mostra visibili segni di torture sul corpo. Il prigioniero viene tradotto nella prigione di Tashkent, mèta del suo calvario. Viene torturato e costretto dalla polizia e da funzionari del Ministero degli affari interni a firmare dichiarazioni di colpevolezza. Per gli aguzzini la vita di Sharipov non ha più valore. Non è in pericolo solamente la sua vita, gli sussurano mentre tormentano le sue carni, ma anche quella della madre, del fratello minore e persino del suo avvocato.

Elizabeth Andersen, della “Human Rights Watch” teme il peggio e scrive una lettera al presidente della Repubblica Islam Karimov, invitandolo a far crollare le inique accuse contro Sharipov e ad abrogare le leggi che perseguitano gli omosessuali. Dei Paesi dell’ex Urss soltanto l’Uzbekistan, il Tajikistan e il Turkmenistan, hanno mantenuto in vigore l’articolo 120 del codice penale di staliniana memoria che vieta i comportamenti omosessuali. Da parte sua Ruslan riesce a far uscire una lettera indirizzata a Kofi Annan, per potersi rivolgere anche alla comunità internazionale e denunciare i suoi carnefici. “Sono stato torturato – scrive – allo scopo di farmi confessare un crimine che non ho mai commesso. I miei carcerieri sono bravi a ricorrere ad alcune forme di tortura che spezzano il corpo senza lasciare segni esterni. Più volte mi hanno spinto a scrivere lettere dove dichiaravo di suicidarmi per la vergogna dei miei atti infami e contro natura”. Non mancano nella lettera riferimenti alla mancanza di libertà nell’Uzbekistan e alla corruzione che tocca i gangli superiori di coloro che dovrebbero combatterla. E ancora il racconto di nuove torture. “Una volta mi hanno fatto indossare una maschera antigas dopo avermi spruzzato in gola una sostanza sconosciuta. Pensavo di morire, quasi non respiravo. Un’altra volta mi hanno iniettato delle strane sostanze e minacciato che se non li avessi assecondati mi avrebbero inoculato nelle vene il virus dell’aids. Sto scrivendo solo una piccola parte di quello che ho sopportato e continuo a patire”.

In agosto e successivamente a settembre, Sharipov compare davanti a diversi tribunali. Viene condannato in prima istanza a cinque anni di carcere, dopo aver ammesso solamente i testi d’accusa e respinta la richiesta di un esperto legale che potesse dimostrare che Sharipov non aveva avuto alcun rapporto sessuale con minori. All’udienza del 25 settembre la Corte della città di Tashkent, riduce la pena di un anno, mettendo in serio dubbio gli incontri sessuali con minori.

Chiediamo alle organizzazioni umanitarie, all’Unione Europea, al Segretario dell’Onu, alle associazioni GLBTT di non abbandonare Ruslan Sharipov, Oleg Sarapulov e Azamat Mamankulov, rei di essersi battuti per la libertà. Non aspettiamo di essere privati della libertà di stampa, per difenderla. Appelli possono essere indirizzati al presidente Islam Abduganievich Karimov (presidents_office@press-service.uz); al Procuratore generale Rashidjon Hamidovich Kodirov (prokuratura@lawyer.com); a Sodyk Safaev, degli Affari esteri (uzinfo@uzinfo.gov.uz) e a Sayora Rashidova, commissario parlamentare per i diritti dell’uomo (office@ombudsman.gov.uz). Per informazioni è possibile visitare il sito http://hrw.org/campaigns/uzbekistan/sharipov.htm.

Per sottoscrivere l’appello mondiale contro la pena di morte: www.amnesty.it/primopiano/giornata_pdm_2003

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