I vescovi, il Sinodo, le coppie gay e il tripudio collettivo

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In molti esultano per quella che si ritiene un'apertura della Chiesa: ma è davvero così?

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Un tripudio, tra titoli di giornali e dichiarazioni di politici (specialmente a sinistra). Così è stato accolto il documento su cui i vescovi riuniti in Sinodo discuteranno e da cui uscirà quello definitivo il prossimo 19 ottobre. Un tripudio che fa riferimento alle aperture, così vengono lette, verso le persone lgbt e verso le unioni gay. Il testo parla espressamente di riconoscere che le persone omosessuali hanno “doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”, che le unioni tra persone dello stesso sesso “non possono essere equiparate al matrimonio tra uomo e donna”, sebbene si ammetta che “vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partner”. Insomma, i vescovi si chiedono se la Chiesa sia in grado di garantire alle persone gay e lesbiche “uno spazio di fraternità nelle nostre comunità” badando bene che questo non implichi “compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio”. Ma non è tutto.

Nella Relatio letta dal cardinale Peter Erdo, si ritiene inaccettabile che “organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender“. Certo non si può negare un passo avanti rispetto al papato Ratzinger, segnato da un conservatorismo estremo e radicale che non ammetteva neanche il confronto su temi che, nella vita quotidiana delle persone, riguardano la sfera dei diritti civili. Il tripudio, però, forse rischia di risultare entusiasticamente eccessivo.

A ben vedere, infatti, il documento che i vescovi stanno discutendo come base per quello conclusivo del Sinodo, non dice, nella sostanza, cose diverse da quelle che sostengono Ncd, Sentinelle in Piedi e paladini vari dell’oscurantismo civile . E’ vero, i toni sono diversi, meno da barricata, meno aggressivi e se dopo secoli di stigmatizzazione tout court delle persone lgbt la Chiesa pensa a come accoglierle, per i credenti è di sicuro un buon segno. E’ superfluo sottolineare il ritardo con cui questo avviene, dato che parliamo di un’istituzione che ha impiegato quasi 400 anni a riabilitare Galileo Galiei.

Ciò non toglie, però, che queste posizioni rischiano di risultare ancora lontane non tanto dal paese reale (che include cattolici, atei, agnostici e fedeli di altre religioni), ma da una buona parte della stessa comunità cattolica. E non lo dice chi potrebbe, a torto o a ragione, essere considerato troppo di parte per altri versi. Lo dicono i numeri.

I dati diffusi da Demos la scorsa domenica ci raccontano che il 55 per cento degli italiani è favorevole al matrimonio egualitario, o matrimonio gay se preferite. Le cifre dei rilevamenti Doxa sul rapporto tra gli italiani e la religione, relativi al 2014, invece, ci dicono che i 3/4 degli italiani si dicono cattolici. Incrociare questi dati, significa dover fare i conti che c’è una larga fetta dei cattolici che pensa che sia giunto il momento di riconoscere il diritto a sposarsi anche alle coppie formate da due uomini o da due donne.

La questione, però, andrebbe affrontata alla base. Davvero uno Stato che, per Costituzione, dovrebbe essere laico (ovvero prendere decisioni che non tengano conto del credo di questa o quella fede religiosa, ma che guardino solo al bene comune), deve dedicare tanta attenzione alle posizioni di una istituzione religiosa (quale che sia) su questioni che riguardano la vita quotidiana dei suoi cittadini? Che il Vaticano giochi un ruolo di attore politico nella scena di questo paese, è fuor di dubbio e non è una novità. Ma è accettabile che lo abbia? Non dovrebbero, forse, le posizioni della Chiesa, regolare solo la vita dei suoi fedeli e non interferire con le leggi dello Stato?

di Caterina Coppola

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