I gay italiani hanno interiorizzato il patriarcato

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E la curiosità per le nuances delle identità, per la provocazione, per la ribellione dei corpi contro le definizioni imposte dalla società eterosessista?

satirodanzante
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Duro. Grosso. Maschio. I nomi di alcune serate gay ci ricordano il potere simbolico del maschile, interiorizzato come dimensione superiore, infallibile rispetto al femminile. Il femmineo invece viene spesso ritenuto come subordinato, problematico per le identità omosessuali. Lo dimostrano le stucchevoli polemiche che ogni anno si riversano sulla stagione dei Pride: alcuni gay non sopportano le parrucche, le maschere, il gioco colorato del cattivo gusto, il rifiuto delle regole precostituite, e ci vorrebbero invece tutti in giacca e cravatta. E che dire delle App gay dove sempre più profili recitano il vademecum apocalittico “solo maschili, no effemminati” come se nell’effeminatezza ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato. Tempi duri insomma per le checche, un tempo simbolo della rivolta contro la società maschilista ed eterosessista ed oggi ridotte a comparse in una comunità, che almeno in Italia (nei paesi anglosassoni è diverso), sembra avere interiorizzato benissimo le regole simboliche del patriarcato.

Eppure un tempo la comunità omosessuale era un luogo dove maschile e femminile venivano messi in discussione, criticati, presi in giro. Dove la lotta interiore che avviene in ognuno di noi, etero o gay, non veniva rimossa, ma affrontata ed esaltata. Oggi nella comunità arcobaleno ha sempre meno spazio la curiosità per le nuances delle identità, per la provocazione, per la ribellione dei corpi contro le definizioni imposte dalla società eterosessista che continua ad accettarci soltanto in quanto eccezioni. Negli ultimi anni ho scritto un romanzo su identità queer (“Il maschio di casa”, ndr). Per parlare con persone queer, transgender, cross-dressers, gender-non-conforming, ma soprattutto con i loro estimatori, ho dovuto utilizzare i social, unici luoghi dove queste identità acquisiscono una rinnovata visibilità, spesso in copertura, utilizzando nickname o profili fake. Quello che mi ha colpito è che queste persone sono state tagliate fuori dalla comunità gay italiana, spesso ostracizzate, vivendo in uno status di semi-clandestinità. Come se nella nostra comunità non ci fosse più spazio per chi mette in discussione il maschile con il proprio corpo e la propria vita, per chi rivendica la propria sessualità come uno spazio infinito di possibilità e anche di ribellione.

A Londra le identità queer sono una realtà nel tessuto urbano della città, non vivono nell’ombra. Così ti capita di vedere al supermercato il bellissimo cassiere con la barba e le unghia laccate verde smeraldo. E’ una ribellione che parte dai corpi, nella quotidianità e che sta a significare, come scrive Beatriz Preciado, autrice del Manifiesto contrasexual, un momento di rottura contro le regole normalizzanti ed esclusive di tutte le identità sessuali, ma anche un modo per porre le nostre individualità al di sopra della logica di una società basata sull’eterosessualità e sul dominio dei maschi.

Poco tempo fa ho discusso molto con un amico italiano gay sul fatto che in TV c’era un uomo omosessuale con la gonna e gli orecchini. “C’abbiamo messo tanto a far dimenticare che non siamo tutti checche e poi in TV mandano questo qui che non è rappresentativo”, mi disse il mio amico. Prima di tutto che male c’è ad essere checche? Secondo: perché un gay che va in TV deve essere rappresentativo di tutta la comunità, mentre un etero rappresenta solo se stesso? Terzo: questo senso di colpa nei confronti della società etero-normativa è davvero patetico: non abbiamo bisogno del permesso di nessuno, non dobbiamo farci accettare, non abbiamo bisogno di rappresentarci, ognuno sia come gli pare. Lo stesso amico aveva fatto una stucchevole arringa anche sui Pride a cui ho risposto ricordando che sono state le travestite con i tacchi ad iniziare Stonewall, non i gay in giacca e cravatta di Park Avenue. Il problema è che oggi nel movimento gay italiano parlano soltanto i maschi in giacca e cravatta, mentre tutto il resto viene emarginato. Anche sulle identità trans ci sarebbe da dire, troppo poco spazio hanno le persone transgender o gender non-conforming, ovvero coloro che contestano le regole di una società eterosessista e genderista. Insomma, c’è poco spazio per una critica all’eterosessismo dilagante, che non è certo scomparso con il riconoscimento dei diritti civili, e questo porta il rischio di un risorgere di misoginia e maschilismo, oltre che di nuovi conservatorismi nella popolazione gay, lesbica e trans. Soprattutto induce le persone LGBTQI a percorrere un cammino già tracciato dagli altri, invece che rivendicare una propria autonomia di percorso.

R.W Connell, la più grande studiosa di Masculinities, una branca degli studi di genere che si dedica agli uomini, spiega come il maschile sia costruito, sul piano materiale, ma anche simbolico, in funzione del sistema di potere patriarcale, per conservare in sostanza il potere degli uomini e il loro privilegi. Le identità LGBTQI nascono come una dichiarazione di guerra contro la società degli uomini basata sul controllo dei desideri, sulla repressione delle libertà, sulla subordinazione dell’altro. Abbiamo rappresentato un momento di rottura perché abbiamo segnato un nuovo modo di amare basato sulla reciprocità, creatività e uguaglianza, rispetto. L’amore omosessuale, infatti, scardina le regole del patriarcato affermando l’assoluta parità delle parti. Ed è per questo che sin dall’inizio abbiamo trovato come più grandi alleate le femministe, impegnate anche loro a scardinare le regole di una società fatta dagli uomini per gli uomini. Questo antico afflato critico in Italia si è perso per strada ed oggi il movimento gay oltre a chiedere l’uguaglianza, non è in grado di esprimere un qualsiasi moto libertario o una qualsiasi critica al potere patriarcale. Lo dimostra la recente polemica durante il dibattito sulle unioni civili con parte delle associazioni gay impegnate a chiedere il ripristino dell’obbligo di fedeltà coniugale, reliquia antica addirittura del matrimonio novecentesco, invece di rivendicare la differenza delle nostre relazioni in cui la fedeltà è una scelta e non un obbligo imposto dall’altro. Lo dimostrano anche le recenti tensioni con le lesbiche, spesso messe in un angolo dal movimento, e con le femministe sui diritti riproduttivi e il corpo femminile.

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