Jackie: una superba Natalie Portman sostiene un film poco convincente

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Natalie Portman eccelle nel biopic del cileno Pablo Larrain ma fagocita l’intero film.

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Sarà una lotta al vertice, domenica prossima, per l’ambito Oscar alla migliore attrice protagonista: la favorita Emma Stone per il bel musical La La Land dovrà vedersela con Natalie Portman, davvero superba nel biopic Jackie del regista cileno Pablo Larrain; ma occhio anche alla brava Ruth Negga nel classico e pacato Loving e all’outsider Isabelle Huppert per l’audace Elle. Meryl Streep, alla ventesima nomination sarebbe fuori dai giochi dopo tre statuette).

È un’interpretazione mimetica, totalizzante, con tanto di voce vagamente stridula – vi consigliamo la versione originale – quella dell’eccellente Portman, quasi sempre al centro dell’inquadratura, al punto da divorare, fagocitare l’intero film che dà l’impressione, a tratti, di non ‘respirare’, compresso nei grandi blocchi narrativi da cui è costituito: una lunga intervista a un giornalista di Life, Theodor H. White (Billy Crudup), in cui rievoca la registrazione di un video documentario per la tv sulla Casa Bianca e i quattro giorni seguenti al maledetto 22 novembre 1963 in cui fu ucciso, accanto a lei, il marito e Presidente John Fitzgerald Kennedy. L’iconica Jackie fu costretta a elaborare rapidamente il lutto per poter organizzare fastosi funerali, aiutata moralmente da un sacerdote (John Hurt, scomparso il 25 gennaio), e traslocare dalla Casa Bianca, dove avevano fretta d’insediarsi Lyndon B. Johnson e consorte. Eppure lo sguardo di Larrain – che al suo primo film americano ha fatto comunque di meglio – non è empatico, mantiene una distanza da indagatore entomologico, forse troppo timoroso di trattare col fuoco sacro del mito.

Il leggendario abito Chanel rosa confetto imbrattato di sangue diventa così simbolo della fiaba infranta, del fatato regno di Camelot – quel musical così amato da JFK – che si dissolve davanti all’imprevedibilità della violenza, il mito dissolto la cui grandezza doveva essere riconsegnata al popolo almeno durante le esequie (“dovevano esserci più cavalli, più soldati, più lacrime, più fotografi”).

Sono magnifici i costumi filologicamente impeccabili di Madeline Fontaine, la stessa de Il favoloso mondo di Amélie – non a caso candidati all’Oscar, come la musica di Mica Levi – e le scenografie di Jean Rabasse che ha ricostruito la Casa Bianca a Parigi, negli studi di Luc Besson.

Ciò che funziona meno sono i personaggi di contorno, annichiliti dall’onnipresenza di Jackie: Peter Saarsgard è troppo poco somigliante e non molto credibile nel ruolo di Robert Kennedy – tra l’altro sostiene che il fratello di Jack non sarebbe in realtà intervenuto a favore dei diritti civili degli afroamericani e contro la guerra in Vietnam, al contrario di quanto sostiene il vero sottosegretario alla difesa Robert McNamara. Anche la fedele segretaria Nancy Tuckerman (Greta Gerwig, trasparente) risulta poco più di un’ombra alle spalle luminescenti di Jackie.

Comunque da vedere, soprattutto perché il film è Natalie Portman, immensa.

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