Insegnante licenziata a Trento, la ministra Giannini: “Saremo severi”

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Ivan Scalfarotto: "Inaccettabile". Arcigay risponde: "La tua legge non l'avrebbe difesa".

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Sta valutando se prendere provvedimenti, la ministra Stefania Giannini, ed ha annunciato comunque, che agirà “con severità” sul caso dell’insegnante di Trento a cui non è stato rinnovato il contratto presso l’Istituto Sacro Cuore perché si è rifiutata di smentire le voci sulla sua omosessualità. Una scuola, il Sacro Cuore, che riceve finanziamenti pubblici e la cui direttrice, la madre superiora Eugenia Libratore, non ha esitato a dichiarare di avere fatto valutazioni “di carattere etico e morale” per prendere la sua decisione.
“Valuterò il caso con la massima rapidità e con un confronto chiaro e doveroso con le parti coinvolte – ha dichiarato la ministra in una nota -. In queste ore sto raccogliendo gli elementi utili a comprenderne tutti gli aspetti. Laddove ci trovassimo di fronte ad un caso legato ad una discriminazione di tipo sessuale agiremo con la dovuta severità”.

“Ho convocato a colloquio un’insegnante che aveva il contratto scaduto come gesto di gentilezza – tenta di difendersi la direttrice del Sacro Cuore su La Stampa –. Il resto sono tutte falsità. Mi era giunta voce che fosse lesbica e ne ho parlato con lei per capire se vivesse un problema personale. Chi è lesbica se vuole lo dice. Se lo nasconde, voglio capire se ci sono problemi, come intende comportarsi, perché io sono responsabile di mille studenti, 137 dipendenti, ho doveri educativi. Lei neanche ha risposto e se n’è andata. Il mio era un modo di offrirle altre possibilità di lavoro”.
Ma la versione dell’insegnante è differente.
In un’intervista rilasciata a Repubblica, la docente ha raccontato che “dopo avermi fatto i complimenti per il lavoro svolto, (madre Libratore, ndr) se n’è uscita con quella domanda… Ero disgustata. Poiché non avevo intenzione di svelare nulla, suor Eugenia ha osservato che ‘stavo dimostrando la fondatezza delle voci’. Sembrava mi volesse umiliare. Stavo per andarmene e a quel punto lei prova rimediare, facendomi capire che era disposta a chiudere un occhio se avessi dimostrato di voler ‘risolvere il problema’. Non c’ho visto più… l’omosessualità è un problema? Ammesso che sia gay, dovrei guarire da qualcosa? Le ho risposto che è una razzista, e che deve riflettere sul concetto di omofobia“.

Quello che le è successo, però, ha radici lontane, in quella scuola, dove secondo il racconto della professoressa, “i gay sono solo malati da curare”.
“In 5 anni ho sentito volare parole come ‘invertito’, mai però di fronte agli alunni – ha raccontato a Repubblica -. Ho visto volantini affissi nell’aula docenti dove si pubblicizzava la presentazione del libro ‘Ero gay. A Medjugorje ho ritrovato me stesso’. Alcuni colleghi poi mi hanno raccontato di aver ricevuto pressioni dalla dirigenza scolastica sul comportamento da tenere con gli studenti, ‘perché i maschi sono maschi e le femmine sono femmine’.”
Una vicenda che Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme e autore del testo sull’omofobia ancora in attesa di essere discusso al Senato, ha definito “inaccettabile” esprimendo solidarietà alla docente. Ed è quello che è successo a Trento che, proprio secondo Scalfarotto richiede “un supplemento di riflessione sul tema dell’omofobia nel nostro Paese e sull’indifferibilità di una legge che condanni le forme più odiose dell’intolleranza e della discriminazione”.

Ma è proprio sulla legge Scalfarotto che i fatti di Trento riaprono la discussione, se mai si fosse chiusa. “La possibilità che istituti religiosi assumano condotte discriminatorie nei confronti di gay, lesbiche e trans in nome di una sinistra coerenza con il loro apparato valoriale o ancor peggio di una reinterpretazione del principio costituzionale della “libertà di opinione” – dichiara il presidente di Arcigay Flavio Romani in una nota diffusa pochi minuti fa – è il cuore del famigerato subemendamento Verini-Gitti con il quale è stato ribaltato il senso del testo di legge contro l’omotransfobia“.
“Se quel testo fosse già legge – si chiede Romani – al caso dell’insegnante di Trento sarebbe possibile riconoscere l’aggravante dell’omotransfobia? O sarebbero piuttosto le leggi sulle discriminazioni già in vigore a fornire all’insegnante qualche tutela? Ma soprattutto: come è possibile additare la discriminazione se rispetto ad essa è lo stesso legislatore a partorire distinguo ambigui e definizioni fallaci?”. E rivolge un appello alla ministra Giannini, Romani, di cui apprezza l’impegno e la tempestività, ma alla quale ricorda che “occorre produrre risposte sistematiche e prendersi la responsabilità delle ricadute culturali che hanno le leggi, specie le cattive leggi”.

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