L’ALTRA CHIESA DI DON VITALIANO

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Lunga intervista esclusiva al "prete no-global", che marciò al World Pride, dal suo "isolamento" voluto dal Vaticano. L'attesa di una soluzione, la questione gay, il "nuovo mondo".

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Un ragazzino gli chiede quasi urlando: “Zì prevt, ma a facite a festa?”. Don Vitaliano gli risponde come avrebbe fatto il suo amichetto di strada, alla pari: “Fa’ fridd”.

È la festa dell’Associazione O’ ruofolo, che in napoletano significa “grillo-talpa”, formata dagli abitanti di Sant’Angelo a Scala che non ci stanno alla rimozione di Vitaliano Della Sala da parroco del paese.

All’interno dalla ex chiesa del Santissimo Rosario, Franco Barbero, il giornalista Giovanni Sarubbi e Carmine Leo, portavoce de O’ ruofolo, hanno appena terminato un convegno su “L’Apocalisse, libro di sventura o di speranza?” (foto).

Imbandiscono l’altare con una bandiera della pace, sistemandola come se fosse una tovaglia. Celebrano messa.

Don Vitaliano è sul sagrato della chiesa. Qui fuori il cielo è plumbeo. Inizia pure a “schizzichiare”. Un piccolo alberello ci ripara quanto basta.

Non dovevamo riscrivere un mondo, “don Vi'”?

È una situazione strana. Da quasi due anni, ormai, c’è un ricorso ai vari tribunali ecclesiastici, un ricorso che non viene discusso, non viene trattato. Cioè mi ‘tengono in una specie di limbo dove io non posso fare assolutamente nulla, non posso rilasciare interviste, non posso scrivere articoli, non posso partecipare a dibattiti, conferenze, ecc. Non posso addirittura fare il prete, nel senso che non posso celebrare messa se non in una chiesa a Mercogliano. Mi hanno dato anche una sorta di confino liturgico. Fin quando non ci sarà la parola fine da parte del Tribunale della Segnatura Apostolica – la Cassazione dei tribunali ecclesiastici -, debbono considerarmi parroco anche se io non posso farlo. È pesante, come situazione. Mi si chiede di tacere su tutto. Stranamente mi lasciano parlare in quella chiesa. Ma non posso toccare nessun argomento politico, sociale… Mi lasceranno fare interviste come questa ancora per poco. Comunque…

Cosa ha in mente di fare, ora?

Aspetto… Poi alla fine la sto vivendo con serenità, anche perché in ogni situazione ti accorgi che Dio progetta altro per te. Comunque è un’occasione per conoscere gente nuova, persone che non avresti mai potuto incontrare, probabilmente, se avessi continuato a fare il parroco tradizionale di un paese. E questa, secondo me, è una ricchezza.

Cosa le dice il suo cuore?

Mi sento schiacciato.

Tutta colpa delle gerarchie? Cosa propone?

Non ci vogliono nemmeno grandi studi per capire che le gerarchie cattoliche sono come tutti i centri di potere. Vogliono solo auto-conservarsi e quindi hanno paura del nuovo, di chi ragiona con la sua testa, di chi si interroga sui tanti problemi, di chi si fa compagno di strada delle tante diversità che ci sono in questo nostro mondo. C’è questa gerarchia che vuole essere un monolita immutabile nel tempo, perché così conviene che sia. Secondo me l’affascinante di questa storia della Chiesa è proprio l’apertura a tutto quello che questo mondo offre. Come dire… l’andare verso le diversità, le differenze e non solo, accogliere le differenze al proprio interno. Don Tonino Bello, il vescovo di Molfetta, parlava di “convivialità delle differenze”. Secondo me è un’immagine molto bella di quello che noi dovremmo sempre più vivere.

Nel 2000 partecipò al World Gay Pride di Roma chiedendo perdono agli omosessuali per le incomprensioni della Chiesa cattolica e, diceva: “per tutto quello che i miei superiori e tanti miei confratelli vi hanno costretto a subire, ma anche per testimoniarvi che la Chiesa non è soltanto quella del Vaticano, e che esiste anche una Chiesa dal volto diverso, che non vi condanna, una Chiesa che si sforza di abbattere gli steccati che separano le persone e che, forse mai come in questa circostanza, è emersa”. Da allora non ha più partecipato ad un Gay Pride. Perché?

Perché la partecipazione del Gay Pride nel 2000 mi ha creato molti problemi. Tra l’altro quella testimonianza era importante, perché la Chiesa stava vivendo il Giubileo. Adesso sarebbe stupido partecipare, non perché non voglio partecipare, sarebbe… come dire… sarebbe un provocare: insomma, se uno vuole restare nella Chiesa e vuole lavorarci dentro, deve pure avere il coraggio, è vero, di parlare ma anche di tacere.

Ci vuole coraggio per tacere?

Voglio dire che si deve mettere in pratica una strategia. In questo momento, strategicamente, è molto più utile non partecipare al Gay Pride e non solo…

Il mensile cattolico Jesus di febbraio riporta una sua recente dichiarazione sul Gay Pride del 2000: “Certo, ho usato parole forti. E oggi, ripensandoci, penso che non parteciperei più a una manifestazione ambigua come quella. Fermo restando che sono convinto come allora che l’emarginazione degli omosessuali è inaccettabile”.

Innanzitutto non mi pentivo di aver partecipato al Pride. Proprio a partire dal Giubileo, noi cristiani, dovevamo capire che le diversità e le differenze non vanno relegate ai margini, non vanno rigettate. Non solo, possiamo imparare. Bisogna che ci sia un diritto di cittadinanza dei gay, delle lesbiche, dei divorziati, ecc. all’interno della Chiesa. Su Jesus il ragionamento era sulla sfilata, sull’elemento folkloristico che…

Che non condivide? Lei parlava di “ambiguità”…

No, no. Non dico che non condivido. Forse non parteciperei più a quella sfilata dove, ragionandoci oggi, sembravo fuori posto. Ma starei sul palco a parlare, a dire le stesse cose di allora. Magari con più forza. Era questo, poi lì non si è capito bene… Era semplicemente questo, ciò che volevo dire a Jesus. Una cosa molto personale.

Quante strategie per restare in questa Chiesa…

La strategia la faccio dopo, la vedo dopo. Ovvero mi illudo di fare strategie ma alla fine sono abituato a vivermi le cose così e a non rammaricarmi. Cioè ognuno di noi fa delle scelte ed è sciocco dopo dire: “Ho fatto male”. Perché probabilmente quando ho fatto quella scelta, quella scelta andava fatta. Voglio dire… non mi complico la vita a pormi delle domande che, secondo me, te la rovinano semplicemente. Ho fatto delle scelte, che ritengo giuste in rapporto alla situazione in cui le ho fatte!

Quanto conta l’autonomia economica di un prete per rifiutare, alla lunga, questi compromessi vaticani?

Non ci siamo mai posti il problema. So che la gente mi sosterrebbe anche economicamente, perché qualche volta si è accennato a questo discorso. Soprattutto nei primi mesi, quando lo stipendio mi è stato effettivamente tolto. Abbiamo ragionato su un fatto. Il sistema del sostentamento del clero di oggi è legato al pagamento delle tasse. Ogni cittadino può versare il suo 8 per mille alla chiesa cattolica, valdese, alla comunità ebraica, ecc. Quindi, in fondo, senza ideologizzare troppo il discorso è la mia comunità che mi stipendia, non è il Vaticano che mi dà lo stipendio. Per me sta bene, – anzi io rivendico -, a un certo punto, lo stipendio. Fin quando rivendicarlo non diventerà un compromesso troppo grande. Quando lo sarà, troverò altri modi per sopravvivere.

Perché è importante, per lei, restare in questa Chiesa?

Fin quando ti lasciano dentro uno sta perché si possono fare tante cose di più. Io penso che starci dentro serve di più perché, ad esempio, se vuoi far passare dei messaggi, da prete cattolico, all’interno della Chiesa, riesci a farli passare di più. Io sto notando che da quando mi hanno fatto oggetto di provvedimenti e di punizioni, le televisioni, ad esempio, Rai e Mediaset, non mi invitano più. Ma non solo. “Stando dentro” nel senso tradizionale del termine, tu partecipi alle riunioni del clero… Io partecipo, ad esempio, alle riunioni del Presbiterio della mia diocesi, ho la possibilità di parlare, di dire la mia, di provocare… Non è che mi farei ammazzare per questo [ride] voglio dire… Fin quando c’è la possibilità, lo faccio. Anche perché, secondo me, la Chiesa cattolica non è del papa, dei vescovi, dei cardinali e del mio abate. Quindi io rivendico lo starci dentro. Rifiuto il fatto che ci sia qualcuno che possa dire: “Tu te ne devi andare!”. Essere prete uno lo sente dentro. Anche perché noi stiamo in Italia, viviamo in Italia sotto Berlusconi e non per questo ce ne andiamo perché non ci piace! Continuiamo a stare in Italia e cerchiamo di cambiarla, di cambiare la politica… Cioè se cominciamo a scappare, ad andar via, non troveremo mai il posto dove ci piace stare veramente, perché forse non esiste il posto dove staremo bene veramente. Allora dobbiamo pure accontentarci degli spazi, dei posti, dei luoghi dove siamo senza farci troppi problemi sul “se” restarci o “se” andar via.

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Dove sta andando questa Chiesa?

Posso dirti quello che sogno. Sogno, ovviamente, dopo questa lunga era Wojtyla, che è stato uno dei peggiori papati ma non solo per gli omosessuali… dal medioevo in poi. E penso che sarà ricordato per questo. Io sogno un papato diverso, dove ci sia il papa con i suoi collaboratori al servizio della Chiesa e non un centro di potere e basta, che si pongano in dialogo con la Chiesa al suo interno ma anche con il mondo, senza voler imporre la visione cattolica agli altri, ripeto, né al proprio interno né all’esterno, che anzi si metta in dialogo col mondo, che comunichi qualcosa al mondo e impari dal mondo… Sogno un papato così e nella Chiesa ci sono persone che sognano con me. Probabilmente si vede poco ma c’è questa esigenza. Soprattutto nell’America latina, in Africa. In Italia si intravede poco perché siamo sotto il dominio del Vaticano, ci sono preti che desiderano una Chiesa altra.

Volendo essere un po’ più pragmatici, quale cambiamento è realmente possibile?

Ecco, qui ci vorrebbe un miracolo! Perché vedo l’Opus Dei che ormai impera nella Chiesa e anche sulla politica e quindi l’Opus Dei, che è una Prelatura molto conservatrice, farà eleggere un papa peggio di Wojtyla.

Gira voce che in alcune chiese si predicano le cosiddette “guarigioni” per gay e lesbiche. Ci sono preti che testimoniano, con persone che si dichiarano “ex omosessuali”, la liberazione dal “maligno”… Ne è a conoscenza?

No. Però voglio dire… è una stron… [risate] È un sistema vecchio: una volta giravano con gli ex comunisti, con gli ex atei. Cioè, non ci vuole molto a trovare persone che si prestano a dire di essere ex. Caso mai non so’ mai state niente! È una cosa molto scadente. La gente è sveglia, capisce bene… Ma sai, pensavo che tra la gerarchia e noi c’è veramente un abisso. Secondo me è una casta quella dei vescovi che vive lassù, totalmente isolata da noi. Cioè ci incrociamo nelle liturgie ufficiali, è un incrocio rituale senza nessun tipo di contatto autentico.

“Un altro mondo è possibile”?

Io dico che una Chiesa altra è possibile. Però un’affermazione del genere è molto ambigua. Il ragionamento è che non abbiamo gli strumenti per cambiare il mondo. Bush ce li ha, può cambiare la storia con le bombe, i missili, ha l’economia in mano. Noi non abbiamo niente di tutto questo. Secondo me, però, dobbiamo rimanere con i piedi a terra. Possiamo cambiare dei pezzi di mondo, dei frammenti di mondo. In questo paesino qualcosa è cambiato rispetto a dodici anni fa. Piccole cose. Un piccolo paese, in questo mondo che è così grande. Questo significa che il mio piccolo lavoro è riuscito ad ottenere un piccolo risultato. Se noi mettiamo insieme il nostro lavorare nel quotidiano, appunto nel piccolo, se lo mettiamo in rete, come si dice oggi, probabilmente riusciamo veramente a cambiare la storia. Marcos (il leader degli zapatisti n.d.r.) dal Chiapas diceva che dobbiamo saper mettere insieme le sacche di resistenza che sono nascoste, piccole, sparse in giro per il mondo. La potenza delle sacche di resistenza, delle persone che vogliono cambiare le cose, sono tante, la potenza è mettersi insieme. Fare questo è difficile e ci troveremo contro chi gestisce il nostro mondo ma questo non ci deve scoraggiare. Senza pretendere di cambiare che cosa di questo mondo…

Prima mi parlava di don Andrea Gallo, “l’atleta”.

Don Gallo mi diceva: “Noi in te abbiamo visto fin dove si può arrivare. Tu sei servito da avanguardia, da testa d’ariete”. Ho esagerato finché ho potuto. Ad un certo punto bisogna avere il coraggio di fermarsi. Anche perché in questi ultimi cinque anni ho fatto tante cose, però non ho avuto nemmeno il tempo per riflettere, per confrontarmi veramente con gli altri. Allora è giunto il momento di fare silenzio intorno a me e fare tesoro delle esperienze vissute, delle amicizie, degli incontri. Si tratta di investire anche nel domani, per continuare. Abbiamo un papato agli sgoccioli. Per quanto riguarda la nostra diocesi in cui sono incardinato adesso è in via di abolizione per confluire in quella di Avellino. Insomma, nei prossimi mesi per la chiesa universale e per la mia chiesa locale ci saranno tanti cambiamenti. Quindi è pure scaltro, secondo me, aspettare un attimo. Dobbiamo essere semplici come colombe e furbi come i serpenti. Non dobbiamo farci male, perché non serve a nessuno.

In chiesa sta celebrando messa Franco Barbero, nonostante il Vaticano l’abbia ridotto allo stato laicale.

L’esperienza di Franco è l’esperienza di tanti altri preti che sono costantemente il mio punto di riferimento. Mi ha insegnato che essere prete non significa esserlo perché qualcuno decide fin quando e fin dove tu lo sei, ma è appunto ciò che tu senti dentro, è quello che tu decidi per te. Mi ha insegnato anche il coraggio di sperimentare vie nuove per fare il prete, di non avere paura di confrontarsi con l’altro, anche con chi la pensa in modo totalmente diverso da te, per crescere e per aiutare l’altro a crescere. Questa chiesa, la chiesa fatta di don Franco, di don Gallo, don Ciotti ma anche di altri fedeli laici, di cui non conosciamo il nome, è la chiesa del futuro. Voglio sperare e ci voglio pure credere, altrimenti è una bella organizzazione che va avanti perché è potente ma che non salverà né a se stessa né al mondo.

Quale sarà la sua preghiera, stasera? Cosa chiederà al Signore?

Sono abituato a parlare col Padreterno nei momenti più strani, a incazzarmi pure con lui quando c’è bisogno, a confrontarmi con lui. Il seminario mi ha insegnato i campanelli, gli orari… io invece dal seminario ho imparato che non abbiamo bisogno di preghiere fatte a tale ora del giorno, mi sembra sciocco.

Sul web www.donvitaliano.it/ ha lasciato un messaggio: “Mi sono ritrovato prete reale di una parrocchia virtuale. Resto prete senza una comunità definita di riferimento; ne conservo, però, una allargata, senza confini disegnati a priori. Una comunità che si incontra anche attraverso Internet, che si affaccia talvolta a questo sito. E questo sito vuole essere una piccola piazza per una porzione di Chiesa spesso dimenticata, Chiesa che non si vede ma è reale (…)”. Che tipo di lettere riceve nella sua e-mail?

Dipende dai momenti. Dopo il Gay Pride mi scrissero molte persone. Oggi ricevo soprattutto le testimonianze di molti cattolici che vivono male la loro condizione di credenti, in generale. Sacerdoti omosessuali? Ne conosco qualcuno. Però ti accorgi che vivono un’ulteriore sofferenza, purtroppo.

È davvero tardi per me. Ci salutiamo. “Puoi venirci a trovare quando vuoi. Le porte di questa chiesa sono sempre aperte!”.
Faccio qualche passo e poi mi rigiro. Seguo con lo sguardo la sagoma di don Vitaliano salire per la strada che conduce al borgo antico. La sua andatura, il suo essere franco che trova coerenza in un linguaggio davvero semplice, la piccola comunità di Mercogliano con i suoi fedeli, sembra stonare con l’immagine di una Chiesa ricca, potente, fatta di grandi adunate, della servile attenzione mediatica, arguta nel linguaggio dottrinale, quanto astratta e lontana dai bisogni concreti della gente.

Foto di Salvatore Di Feo

di Pasquale Quaranta

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