La differenza tra Sanremo e Hollywood

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C'è un Oceano che divide il nostrano Sanremo e una festa del cinema come quella di Los Angeles. Ma non solo quello...

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Non ho più l’età per fare nottata, quindi non ho seguito nemmeno questa edizione degli Oscar. Nutrivo speranze per "Milk" ma sapevo che era quasi impossibile vincere la frenesia diffusasi per "The millionaire" ennesimo giocattolone di Danny Boyle, regista strepitoso sul piano tecnico che però a me raramente riesce a comunicare emozioni. Emozioni che invece "Milk" mi ha regalato senza sosta. Sono di parte, lo ammetto.

Appena mi sono svegliato, ho acceso quindi il pc per leggere le notizie e ho avuto la conferma del trionfo di "The millionaire". Poi, però, scorrendo i nomi sono finito alla statuetta per il miglior attor protagonista. E ho avuto un brivido. Un brivido reale, che mi ha percorso la schiena e mi ha riportato a tutta la mia storia personale di gay represso e poi finalmente uscito allo scoperto. E mi ha riportato ovviamente anche alla sera di qualche settimana fa, quando in un’anteprima gremita di gay altrettanto emozionati, ho avuto il privilegio di poter assistere alla proiezione del film in lingua originale, ascoltando la voce di quello straordinario e coraggioso interprete che è Sean Penn.

Che da oggi, sarebbe bene ripeterlo, è il primo attore premiato per un ruolo omosessuale, un attivista coraggioso che ha pagato con la propria vita questo coraggio, perché era convinto che le cose potessero e dovessero cambiare, contro tutto e tutti: l’opinione pubblica, i pregiudizi, lo status quo e i tanti farneticanti religiosi che presumono di parlare in nome di Dio, un Dio che però nulla ha dell’amore (quello sì, reale) e della celeste intelligenza del Cristo.

Non è un caso che Benigni, abituato da anni alle letture Dantesche (un altro che di amore se ne intendeva e che pure è stato spesso travisato per scopi omofobi), abbia usato quelle meravigliose parole a Sanremo. Ma sarebbe ora di voltare pagina e lasciarci alle spalle questo festival così ricco di belle sorprese ma anche tanto segnato dall’omofobia. Lasciarcelo alle spalle per occuparci di qualcosa di realmente più importante a livello mondiale perché, permettetemi di dirlo, c’è una bella differenza tra il secondo posto dietro un Marco Carta in una manifestazione non proprio internazionale, e i due Oscar vinti da Milk.

Sì, perché oltre a Sean Penn, si è portato a casa la mitica statuetta anche il giovane sceneggiatore del film, Dustin Lance Black, trentenne nato mormone e che ha subito sulla propria pelle tutta l’omofobia di cui perfino l’America è ancora piena (come è piena di razzisti, di antisemiti e di maschilisti, solo che lì non li premiano…). Perché, sarebbe bene dire anche questo, è vero che ci sono ragazzi che vivono vite omosessuali insoddisfacenti fino a che non incontrano la donna della loro vita, ma è altrettanto vero e difficile da contestare che per ognuno di questi, ce ne sono migliaia, forse milioni, che vivono soffocanti vite ‘eterosessuali’ con gli amici, in famiglia e con l’altro sesso, fino a quando non prendono il coraggio a due mani e si decidono a seguire la propria reale natura.

Perciò l’Oscar a questo ragazzone biondo, che dopo anni di repressione è sbocciato, ha iniziato a vivere la sua vita ed è riuscito nell’impresa di raccontare quella del grande Harvey Milk, facendola giungere a milioni di spettatori in tutto il mondo e regalando loro emozioni e speranza, la sua vittoria e quella di Sean Penn, a mio modesto avviso, valgono ben più delle miserabili polemiche innescate e di alcuni cartoncini deliranti e qualunquisti esposti a Sanremo. Dei cui messaggi, state certi, non resterà traccia nel nostro futuro. E di cui già oggi, al di fuori dei nostri ristretti confini, nessuno avrà notizia. Nemmeno un solo gay in tutto il mondo. Perché, per fortuna, avranno qualcosa di meglio di cui parlare.

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di Flavio Mazzini

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