La fine del voto gay?

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Mai come alle ultime amministrative sono stati rari i candidati gay visibili e scarsi i risultati in termini di voti. Con qualche rara eccezione.

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Non si impone la visibilità gay nei consigli comunali e non è una buona notizia. Eleggere gay, lesbiche e trans visibili nelle amministrazioni locali, fino a ieri tra gli obiettivi del movimento, non è più tra le priorità. E nessuno sembra interessato a immaginare una strategia per tornare a farlo. Sono ormai definitivamente tramontati i tempi di quell’orgoglioso trionfalismo che accoglieva, per esempio, l’elezione, tra i debuttanti assoluti, di Paolo Hutter, al consiglio comunale a Milano nel 1985 o di Luigi Cerina, sieropositivo e gay, eletto nelle liste dei Radicali Antiproibizionisti nel 1989 a Roma. Per avere la prima trans in un consiglio di quartiere dovremmo aspettare il 1995, con l’elezione a Bologna della compianta Marcella di Folco, presidentessa del Movimento italiano transessuali. E il lavoro di questi amministratori, e di coloro che hanno agguantato un posto nei consigli comunali nel corso degli anni, ha rappresentato un momento imprescindibile di promozione della visibilità, con ricadute positive per l’esistenza di tutti. Di fronte ad un amministratore gay infatti, la comunità locale è costretta a prendere posizione, o almeno a farsi qualche domanda, e l’omosessualità vissuta pubblicamente e serenamente (anche nelle istituzioni), soprattutto nei micro comuni, è certamente un monito circostanziato contro la “velataggine”.

Oggi comunque il tema omosessuali nelle amministrazioni è totalmente rimosso, nonostante i dati sulla visibilità in genere siano pessimi. ISTAT denunciava nel Rapporto sulla popolazione omosessuale in Italia del 2012 che al massimo un milione di gay sono visibili degli almeno 3 milioni di viventi in Italia. E mai come a questa tornata elettorale i candidati arcobaleno sono stati merce rara. Dopo faticose ricerche ne abbiamo contati una decina (ci perdonino coloro che involontariamente non siamo riusciti a scovare). E non hanno brillato, al di là delle affermazioni personali.

Roma – La maggioranza dei candidati si sono concentrati su Roma dove erano schierati due pezzi da novanta della militanza locale, nientemeno che l’ex presidente del circolo di Cultura Mario Mieli Rossana Praitano e la presidente di Di gay project Imma Battaglia. Le due donne sono state nell’ultimo decennio in primissima linea per i diritti e molto in vista in ambito nazionale. La prima, con l’organizzazione di Gay Pride da oltre un milione di partecipanti; la seconda per gli affollatissimi Gay Village della capitale. Evidentemente non è bastato. Non agguanta infatti uno scranno in Campidoglio Praitano che ha raggranellato 881 preferenze nel Partito democratico. Una campagna difficile la sua, che ha visto persino la comparsa di scritte omofobe sui muri e del circolo Mario Mieli come “Praitano fatti curare”, “lesbiche al rogo” e “no gay al comune”. E’ anche questo il paese che è andato a votare.

Imma Battaglia

Imma Battaglia

Sono molto deboli le speranze per Imma Battaglia. La presidente di Di gay project ha conquistato con Sinistra Ecologia e Libertà ben 1220 voti risultando prima tra i non eletti del partito. Non ce l’ha fatta per un soffio. Solo in caso di vittoria del candidato sindaco di centro sinistra Marino e nell’ipotesi remota della nomina ad assessore di uno degli eletti del suo partito le si aprirebbero le porte del consiglio comunale. Battaglia resta concentrata sul ballottaggio: «Sono molto soddisfatta – spiega in un post di Facebook – e ringrazio tutte le persone che ancora una volta mi hanno sostenuta in particolare tutti i compagni e le compagne di SEL. La partita non è finita adesso dobbiamo lavorare sodo per riportare tutti e tutte a votare il 9 e il 10 Giugno per far eleggere Ignazio Marino a sindaco di Roma per ricostruirla e farla tornare ad essere la vera e unica capitale del mondo. Grazie e daje Ignazio».

Nello stesso partito ha più fortuna Mauro Cioffari che con 494 voti, dopo una lunga militanza, conquista un seggio nel I Municipio. Il neo eletto è soddisfatto e promette di lavorare per i diritti e la laicità: «nel programma di SEL c’è l’istituzione sala del commiato, per le esequie non religiose, l’istituzione del registro municipale delle unioni civili e del testamento biologico. Lavoreremo anche su questo», ci spiega. Non ce l’ha fatta invece Andrea Ambrogetti , candidato nello stesso municipio per la Lista Civica Marino sindaco.

Udine, Brescia, Padova – Ma spostiamoci a Udine dove Enrico Pizza, assessore locale di lungo corso del Partito Democratico, con 304 voti, oltre a riagguantare un posto in consiglio comunale è riconfermato assessore alla mobilità e all’ambiente. Sono risultate esigue invece le preferenze per la transessuale Alice Concollato del Partito Democratico e per Carmen Gigante di Sinistra Ecologia e Libertà. Allo stesso modo a Brescia non sono bastate 111 preferenze ad Armando Pederzoli, capolista della lista Verdi Ecologisti e reti civiche, per diventare amministratore. E se questo è il quadro spopolato della amministrative arcobaleno 2013 emerge, per vivacità, il tentativo del candidato gay Matteo Pegoraro di conquistare la poltrona di sindaco di Solesino, un paese del padovano di poco più di settemila abitanti. Pegoraro con 601 voti con la lista Solesino in movimento non ha raggiunto il risultato sperato ed è “solo” entrato nel consiglio comunale. Ma il suo esperimento è degno di nota perché ha mostrato che si può conquistare un posto in consiglio senza alcun partito alle spalle e perché è andato a misurare la temperatura sui temi gay di un micro comune, uno delle migliaia in cui è frammentato il paese. Non è stata una passeggiata, ma non è andata nemmeno male. «Il giorno dopo la candidatura in piazza tutti mi scrutavano con aria indagatoria, qualcuno lanciava qualche occhiata, qualcun altro sorrideva timido e accennava a un saluto, i più fingevano di non far caso alla cosa», ci spiega. «Nei bar parlavano già che se sarei stato eletto avrei portato il gay Pride, i matrimoni gay e legalizzato le adozioni, in un’ottica abbastanza assurda e ben poco realistica, ma che determinava commenti e scongiuri», continua il consigliere. «Dopo qualche giorno ricevevo a casa una busta chiusa da un certo don Ferdinando che mi si diceva che come gay, candidandomi a sindaco, stavo rovinando il nome di Solesino, che ero anormale e non potevo pretendere di essere considerato come tutti gli altri uomini. Dopo l’elezione qualcuno dice “è bravo ma è gay”, qualcun altro è arrabbiato, qualcun altro deluso perché non abbiamo vinto», conclude.

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