La partecipazione dal basso di chi ha un sogno

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Fiaccolate senza sigle né capi e partecipazione dal basso. C'è una frattura tra movimento omosessuale e associazioni? Come rimedieranno all'assenza delle loro bandiere ai micropride?

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"We have a dream", dice lo slogan delle manifestazioni del venerdì sera romano, le fiaccolate di venerdì 28 agosto e poi, decisamente più partecipata, di venerdì 4 settembre.

Il sogno, in realtà, è quello che mi è parso di vivere venerdì scorso. E la replica non ci sarà solo venerdì 11 a Roma, ma anche domani sera a Milano, in una fiaccolata che ha tutte le caratteristiche di quella romana. Roma e Milano: due città che – è solo un caso – da oggi, sul nostro Gay.it, diventano oggetto di una attenzione dedicata e quotidiana, con la nascita di due redazioni locali.

A Roma ho visto tanta gente: 2000, 3000 persone, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali ed eterosessuali, che non ce la fanno davvero più e che hanno raggiunto la misura. Sono stufi di vivere in un paese in cui pagano le tasse e nel quale si sentono non solo non riconosciuti nei loro diritti, non solo non tutelati da leggi contro le discriminazioni, ma soprattutto minacciati nel diritto più fondamentale, quello alla sicurezza della propria vita.

Non è una nuova generazione quella che è scesa in piazza. O meglio, non lo è anagraficamente. Lo è nelle modalità di organizzazione e nella maturità che ha espresso.

La grande novità di questi micropride auto-organizzati è data dalla totale assenza di bandiere delle associazioni. Solo la nostra bellissima bandiera rainbow a sei colori, e nulla più. Niente capipopolo, niente sfilate di politici, niente professionisti dell’antiomofobia – il termine rubiamo a Pierluigi Diaco che l’ha coniato parafrasando il vecchio Sciascia. Solo tanto spontaneismo, tanta originalità: vedere gli organizzatori parlare a turno con un megafono da 5 euro comprato in un negozietto cinese fa certo un po’ sorridere, ricorda un po’ uno scoutismo ingenuo ed originale, ma fa certamente dormire sonni tranquilli. Perché non ti senti usato: né per avere qualche titolo su un giornale, né per qualche carriera politica, né per vincere la lotta all’egenomia di questa o quella associazione, né per far la ola a questa o a quella parte politica.

Una delle cose che mi colpiscono di più è la totale allegria con cui apparentemente le associazioni vivono questa, fino a pochi mesi fa impensabile, esclusione. In fondo, le associazioni dovrebbero essere alla testa di queste fiaccolate: organizzarli, sostenerli, non vivere una situazione un po’ paradossale, in cui venga loro chiesto di non essere presenti con le loro bandiere e i loro rappresentanti. Che ci sarebbe di male a vedere la fiaccolata piena delle bandiere di Arcigay e del Mieli? Mica sono partiti politici: sono pezzi, importanti e determinanti, della comunità gay e lesbica. E invece no. Arcigay a Roma era palesemente stizzita per essere stata messa nell’angolo e apertamente criticata, mentre sul sito dell’Arcigay di Milano non v’è traccia della fiaccolata di domani: saranno forse troppo impegnati a contare gli incassi del Borgo e ad impedire la distribuzione della libera stampa nel loro locale?.

E allora, viene spontaneo chiedersi se in questi mesi non sia nata una vera e propria frattura tra comunità gay e lesbica e movimento omosessuale, una frattura nel modello di rappresentanza lgbt che finora si era imposto. E se questo nuovo che avanza, le fiaccolate senza sigle e senza capi, non sia una risposta matura alla crisi di questo modello di rappresentanza: di fronte all’emergenza, insomma, anziché stare ancora ad attaccarsi, si preferisce fare un passo avanti e creare qualcosa di radicalmente innovativo, grazie ai social network, a Facebook e a siti come quello che dirigo, che sostengono questo processo di auto organizzazione spontanea.

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Sta qui il sogno che si sta avverando: queste fiaccolate stanno finalmente tirando fuori dalle catacombe la comunità lgbt italiana, anche quella che si sentiva poco e male rappresentata dalle associazioni, anche quella poco politicizzata.

Martedì Milano e venerdì di nuovo Roma. Nella città eterna questa volta – ed è anche in questo che la genialità di questa nuova ONDA emerge in tutta la sua freschezza – davanti alla Corte Costituzionale, che tra pochi mesi sarà investita da una importante causa sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Una causa, guarda caso, intentata e sostenuta da una rete di avvocati lgbt, e non dalle associazioni.

E le associazioni? Cercano di riprendersi un po’ di centralità, convocando per il 10 ottobre una grande manifestazione nazionale a Roma. Ci saremo, perché è giusto esserci. Ma sarebbe bello se le associazioni riuscissero anche lì a fare un passo indietro: ho il terrore di assistere alla solita retorica del palco, di vedere i capipopolo in prima fila a prendersi la loro visibilità, di assistere alla passerella dei politici in cerca di voti, di essere costretto ad ascoltare, come a Genova, una trentina di discorsi. Il 10 ottobre non si potrà far finta che questo nuovo settembre lgbt italiano non sia mai esistito e vorrei che su quel palco salissero solo le nostre esperienze di vita, solo dei testimonial, come ho visto fare nei Pride di mezzo mondo. Anche questo sogno diventerà vero?

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