LA SCELTA DI ROCK & MARC

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La storia coraggiosa di Rock Hudson e Marc Christian

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Rock e Marc erano comodamente seduti sul divano, davanti alla tv, nel grande salone del loro ranch in Arizona, a guardare uno dei "cavalli di battaglia" di Rock, il personaggio con cui aveva abbattuto tutti gli altri divi nel cuore del pubblico femminile: il ruvido eroe di Hemingway in "Addio alle armi".

Marc amava molto quel personaggio. Dieci anni prima, ad una festa, aveva visto Rock, gli si era avvicinato e aveva cominciato a recitare una dopo l’altra le battute del film. Da quel giorno i due uomini non si erano più lasciati.

Ora Rock non passava un bel periodo: le sue apparizioni in tv si erano diradate, nonostante la forte richiesta dopo il cameo in "Dinasty". Aveva un enfisema e non respirava bene. Anche adesso, mentre stringeva la mano di Marc e guardava insieme a lui le immagini di se stesso 30 anni prima, il suo respiro, di tanto in tanto, si faceva affannoso e doveva ricorrere alla bombola d’ossigeno. Negli ultimi tempi la malattia si era fatta più presente.

Solo pochi mesi prima, Rock e Marc potevano ancora cavalcare insieme senza pensieri nelle praterie circostanti il ranch, poi, ad un tratto, a soli 58 anni, il corpo robusto dell’attore si era come ripiegato un po’ su se stesso. "Non sono più così…", disse Rock, indicando l’immagine nello schermo. "Non sei mai stato così…", rispose Marc, alludendo con sguardo furbo al bacio in cui erano avvinghiati l’eroe interpretato da Rock e l’eroina. Rock mostrò il suo famoso sorriso di denti bianchi e perfetti. Il suo Marc… Aveva dieci anni meno di lui, era bello, con i capelli lisci a caschetto e i baffi biondi. Aveva tentato di fare il modello e la carriera sembrava promettente, ma quel mondo non gli era piaciuto e aveva preferito ritirarsi nel ranch con Rock, tra gli animali e la natura. Spesso ricevevano in casa gli amici: attori e attrici famose, nuove star in decollo, musicisti, sportivi. L’ultimo party l’avevano dato due mesi prima, poi Rock aveva avuto un peggioramento. I medici non erano troppo ottimisti. "Se mi vedessero adesso, le mie ammiratrici… che direbbero?", riprese Rock. "Parli del fatto che ci stringiamo la mano e ci baciamo in bocca?", rispose, di nuovo ironico, Marc.

"Parlo del mio corpo distrutto dalla malattia…". Marc lo guardò a lungo, poi osò: "Secondo me dovrebbero sapere…" Rock rifletté: "Hai ragione. C’avevo già pensato. Sarebbe il modo per rendermi finalmente utile. Ho fatto sognare intere generazioni di spettatori, ma adesso è ora che li riporti coi piedi per terra: tutti devono conoscere questa malattia… che può capitare… se non si sta attenti…". Marc si allungò per baciarlo, poi appoggiò il capo sulla sua spalla: "Sì", disse, "facciamolo insieme". "Chiama Liz, penserà lei a organizzare tutto". Marc cercò il numero di Elisabeth Taylor nell’agenda: la "diva dagli occhi viola" era già da tempo impegnata nell’associazione per la lotta all’AIDS.

Rock Hudson fu la prima celebrità americana ad ammettere esplicitamente di soffrire di AIDS, poco prima di morire, nel 1985, a 59 anni. La consapevolezza e l’onestà di Rock e Marc impressero alla mobilitazione pubblica e alla ricerca sulla malattia una spinta enorme. Come il loro coraggio: in fondo, fino a un decennio prima, Roy Harold Scherer (questo il suo vero nome) era stato il simbolo hollywoodiano della mascolinità, nel melodramma degli anni ’50 e nella commedia sofisticata dei ’60.

Milioni di fan in tutto il mondo rimasero folgorati alla scoperta che il divo muscoloso che sul grande schermo aveva sedotto Liz Taylor e Lauren Bacall e aveva sostenuto inviperiti battibecchi con Doris Day, era in realtà gay, viveva quietamente col suo compagno Marc Christian da molti anni e, dulcis in fundo, stava morendo di AIDS (nei primi anni ’80, la malattia era considerata ancora una specie di punizione divina contro la "perversione" omosessuale).

Quel giorno, alla conferenza stampa, saldo e fiero come il suo nome, ma guardando di tanto in tanto il compagno Marc, al suo fianco, e l’amica Liz, all’altro, Rock dichiarò orgogliosamente di essere gay e sinceramente ammise di essere stato contagiato dalla malattia. Fotografi e giornalisti rimasero di pietra. Per un lungo istante, i flash delle macchine fotografiche smisero di lampeggiare e la lingua degli intervistatori si adagiò nell’incavo della bocca. Poi le domande ripresero a rafficare su Rock, ben lieto di rispondere con pudore, ma senza vergogna.

Fu l’ultima interpretazione della sua vita: la più importante.

di Debora Alessi

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