Le “fregnacce” di Lippi sono da interpretare

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Ipocrisia a parte, fa specie che sia proprio uno come Lippi, con la fama da playboy e che allena da decenni, a non essersi accorto di nulla. A...

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I discorsi dei calciatori in genere non brillano di luce propria. Potremmo definire le persone che praticano questo ambiente molto a proprio agio col pallone tra i piedi e decisamente meno con la lingua italiana, considerato quanto riescono ad essere banali e ripetitivi quando parlano ("Deciderà il mister, dobbiamo giocare tutte le partite come fossero delle finali, non meritavamo di perdere, il campionato è lungo…").

Pur tuttavia, l’importanza assunta dal calcio ha fatto sì che i suoi esponenti più famosi siano intervistati anche su questioni più ampie rispetto alla partita della domenica, agli infortunati e se era o meno rigore. Ma da un bravo difensore come Fabio Cannavaro, quando viene inopportunamente e maliziosamente interpellato su questioni culturali, politiche o sociali, non si può pretendere la stessa abilità di quando impedisce agli avversari di lanciarsi a rete. E perfino troppo moderati e razionali, risulterebbero allora i dubbi avanzati su Gomorra o sui matrimoni gay in Spagna. Non è colpa sua se i giornalisti italiani, temendo di porre domande scomode ai politici si rifugiano girandole agli sportivi e scatenando un falso polverone.

Lo stesso è avvenuto con Marcello Lippi, chiamato a rispondere sul tema scottante del rapporto tra calcio e omosessualità, che ogni tanto riemerge a causa di qualche scaldaletto o soffiata, e soprattutto fa sempre notizia: "Credo che tra i calciatori di gay non ce ne siano. In quarant’anni non ne ho mai conosciuti, né nessuno me ne ha mai raccontato".

D’altra parte, noi siamo pur sempre il Paese in cui gli omosessuali non erano condannati dal codice penale perché assenti o in numero irrisorio. E ancora oggi molti, non solo sportivi ma anche cantanti, attori o ballerini, celano le proprie inclinazioni temendo di veder danneggiata la carriera. Perché stupirsi allora se all’attempato commissario tecnico sfuggono il cambiamento dei tempi e l’emergere di realtà un tempo molto più nascoste?

In un panorama così desolante, le sue affermazioni non dovrebbero sembrare nemmeno troppo offensive. Prima di tutto perché non è da lui che ci si dovrebbe aspettare qualcosa. In secondo luogo perché, almeno a parole, sembrerebbe anche comprensivo, una sorta di padre per chiunque gli dovesse confessare "strani desideri".

Certo, è logico credere che, dovendo selezionare i giocatori per la Nazionale, il CT si sia recato solo nei campi principali e non sia mai andato a vedere le varie squadre gay presenti in Italia. E nemmeno certi calciatori delle serie minori che per arrotondare si dedicano a qualche marchetta di lusso. Perché tra le migliaia di calciatori attivi in Italia, anche volendosi limitare ai professionisti, ci saranno magari meno gay che tra gli stilisti, i parrucchieri o gli infermieri, ma comunque è probabile che non saranno pochi, visto che una parte non irrilevante di omosessuali pratica mestieri (meccanici, muratori, uomini delle forze dell’ordine e nelle missioni all’estero) ma anche hobby e sport considerati più "virili" del tombolo.

Meglio di tutti, perfino meglio delle loro mogli, dei giornalisti e pure del loro allenatore così paterno, lo possono sapere solo quelli che ci sono stati a letto. Magari con molti meno di quanto avrebbero voluto, ma ci sono stati. Come è successo a me che, tra le tante persone sposate, fidanzate o con doppie vite e segrete tendenze gay (o, più di frequente, bisex), ho trovato anche un paio di calciatori. Anzi, per meglio dire, ne ho trovati un paio che non hanno avuto problemi a dirmi la verità.

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Affermare che non esistano è bizzarro. Avrebbe giovato maggiormente al mondo del calcio se Lippi avesse nicchiato, dicendo di non esserne sicuro e di non interessarsi delle questioni private dei suoi giocatori. Invece ancora una volta, dobbiamo finire per sentirci più vicini a certi Paesi dell’Est, in cui i gay non esisterebbero del tutto, piuttosto che all’Europa civile in cui professionisti sportivi di primissimo piano trovano il coraggio di dichiararsi pubblicamente.     

D’altra parte, secondo Lippi, chi gode di notevole celebrità non rischierebbe comunque di rovinarsela, a costo di reprimere le sue reali inclinazioni ("Le pare credibile che un calciatore famoso, magari sposato, che gioca a livello internazionale, possa pagare altri calciatori per fare festini omosex?"). Né di compromettere i rapporti con ‘lo spogliatoio’ ("Penso che sarebbe difficile che un giocatore omosessuale possa vivere la sua professione in maniera naturale"). A parte l’ipocrisia generale, fa specie è proprio che uno come lui, che passava per essere un playboy e che allena da decenni, non si sia accorto di niente. A meno di non voler leggere le sue affermazioni tra le righe.

Perché così come, all’interno dello stesso discorso, mi pare abbia cercato di liquidare con una frase il discorso Calciopoli, verrebbe da pensare, a voler essere proprio maliziosi, che Lippi sappia molto più di quanto non dica apertamente, ossia che il calcio (italiano) non è ancora pronto a sorprendenti coming out e che i calciatori dimostrano talento non solo in campo ma anche fuori, riuscendo a non farsi scoprire nemmeno da un occhio attento come il suo ("Penso, piuttosto, che ci possa essere qualcuno che abbia qualche tendenza, ma che non vada in giro a fare proposte o a mettere i manifesti").

O almeno che è meglio, per la loro stessa carriera, che credano che non se ne sia accorto.

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