Ma i gay che fanno per la lotta all’AIDS?

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Gay.it intervista Capuano, resp. Arcigay nazionale per i progetti di prevenzione dell’Aids.

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Tutti noi sicuramente ci chiediamo spesso che cosa si muove nel mondo omosessuale, in relazione alla sieropositività. Bella domanda, direi, visto che l’argomento ci tocca da vicino. Allora perché non chiederlo a chi è da anni sul campo? Tra i tanti omosessuali attivi nella lotta contro l’HIV, abbiamo girato qualche domanda a Vincenzo Capuano, che da Napoli si è mostrato molto disponibile a chiarirci le idee. Capuano è responsabile dei progetti di prevenzione dell’Aids dell’Arcigay Nazionale, che svolge un’attività sostanzialmente legata alla prevenzione ed informazione. Abbiamo cominciato chiedendo a bruciapelo:

Che cosa fa il mondo gay per le persone sieropositive?

Io ritengo che alla fine faccia pochissimo, per una serie di ragioni. La prima è che la stragrande maggioranza di noi tende a rimuovere il problema Aids. Dall’altro lato esiste una subcultura della malattia nel nostro paese e soprattutto nel meridione, che porta ancora oggi a ritenere in sé la malattia un fatto vergognoso.

Quindi confermi l’impressione che il mondo gay sia più attento ad argomenti più frivoli, piuttosto che a problematiche che pure lo coinvolgono direttamente?

Io ritengo di sì. Specialmente negli ultimi tempi, si è abbassato moltissimo il livello di attenzione sulla questione Hiv; e infatti una delle cose che noi stiamo tentando con difficoltà di far passare è far capire che non è finita. Io credo che questo lo utilizzeremo come prossimo slogan nella campagna che stiamo preparando: Non è finita! Perché se vai in giro sembra che non sia il problema di nessuno, eppure da qualche parte le persone si stanno contagiando. Anche per i media, la cosa che passa è che oramai non fa più notizia, sulle grandi testate nazionali dare anche semplicemente la notizia di un convegno, di un’iniziativa o di una campagna è complicatissimo. E’ molto improbabile che ti diano ascolto, a meno che non sia accompagnata da qualche carnevalata, che è fuorviante.

Tu disponi anche di dati, statistiche su come è la situazione in realtà?

Purtroppo disponiamo di dati non molto aggiornati, cioè i bollettini che ricaviamo dall’Istituto Superiore sella Sanità. E sono anche dati non molto attendibili, perché ad esempio riguardo i dati sulla sieropositività, il sistema epidemiologico nazionale non è secondo me in grado di darne di certi, E comunque i dati indicano una ripresa. C’è stato un momento a metà degli anni ’90 di decrescita dell’epidemia, ma ora si è ristabilizzato un trend di crescita. In particolare viene rilevato un aumento delle infezioni delle donne eterosessuali, ma anche tra i gay permane un rischio serio.

Torniamo all’attività di Arcigay su questo. Le persone che si occupano di questo tipo di attività, sono loro stesse sieropositive o no?

Non necessariamente. Stiamo cercando che ogni singolo circolo locale abbia un responsabile, un referente che sia a capo di un gruppo. Questo gruppo, accanto all’attività di informazione, dovrebbe anche fare attività d’accoglienza; accoglienza significa anche mettere in condizione una persona che sia interessata a fare attività all’interno del gruppo a essere accolta e formata. Le occasioni di formazione vengono create sia a livello locale sia a livello nazionale. Noi abbiamo fatto un corso di formazione molto interessante sulle tecniche di informazione e di prevenzione agli inizi di giugno. anche con metodi piuttosto innovativi realizzati con esperti dell’Istituto Superiore di Sanità. Noi come Arcigay nazionale segniamo un po’ il passo da questo punto di vista, dovremmo accelerare, ma è difficile perché ad esempio sono difficili le relazioni con il Ministero. Su questo fronte il Ministero Bindi – adesso prendiamo contatti anche con Veronesi che mi sembra che riguardo alle questioni che hanno anche un risvolto etico sia molto più aperto – ha patrocinato la sesta campagna, che è quella che è finita a giugno, ma ha resistito molto per far passare dei testi all’interno degli opuscoli e di volantini che fossero un minimo utili, ad esempio una delle cose che non è passata è che i concetti assoluti in questo campo non valgono, né valgono le richieste e le risposte in termini percentuali (non ha senso chiedere: in percentuale, se ho fatto questo che rischi corro?).

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Cosa può trovare una persona sieropositiva che si rivolga a un circolo Arcigay?

Il rapporto personale con le persone che si rivolgono a noi è la cosa centrale. Questo si realizza formando dei gruppi che nel territorio possano creare centri di ascolto che sono stabili, salvo poi muoversi loro per andare nei luoghi di aggregazione al chiuso, all’aperto, distribuire del materiale come strumento di aggancio.

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