MA LA CHIESA NON DICE TUTTO

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In casa cattolica si accende sempre più il dibattito su gay e lesbiche; vi sono posizioni opposte e nuove proposte: quali saranno le conseguenze?

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Da qualche decennio i teologi cattolici si danno da fare per rispondere a una domanda importante per moltissime persone e per la società: "Come deve vivere la propria omosessualità un gay cattolico, una lesbica cattolica?". E danno tre risposte, ciascuna delle quali sta alla base di progetti e stili di vita, che hanno conseguenze molto differenti per la vita della persona e della società. Per esemplificare, possiamo ricondurre queste tre risposte a tre partiti.

Il partito del NO, quello largamente maggioritario, sostenuto e guidato dalla gerarchia cattolica, afferma perentoriamente: "L’omosessualità non rientra nel progetto di Dio"; "non realizza mai la persona"; "non deve essere né vissuta", "né mostrata"; "sarebbe meglio, se non esistesse". Quale "tendenza profondamente radicata intrinsecamente disordinata", l’omosessualità è sempre un male personale da limitare e talora da sopprimere, ricorrendo alla psicoterapia per "riorientare la tendenza da omo a etero"; è un male da "non diffondere nella società". Questo partito riceve "da Dio stesso" l’ultima parola sulla sessualità umana e la discerne in modo autoreferenziale: "la Chiesa [cattolica] si avvale non solo del volgere al proprio uso le scoperte scientifiche, ma anche del trascendere la loro prospettiva", perché la Chiesa cattolica "è certa che la sua visione più completa rispetta la complessa realtà della persona umana". Quindi, la risposta che questo partito dà alla nostra domanda è vera, inequivocabile, definitiva: tutte le persone omosessuali "sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita" – cioè non devono vivere la propria omosessualità – "e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione".

Quali conseguenze si avranno da questa posizione? 1) A livello sociale: nessuna; perché, se tutte le persone omosessuali mettessero in pratica la volontà di Dio manifestata dall’insegnamento della Chiesa cattolica, non si porrebbe alcuna "questione omosessuale", non vi sarebbe alcun dibattito sui diritti dei gay e delle lesbiche, "nemmeno si parlerebbe dell’omosessualità". 2) A livello di ricerca teologica: nessun cambiamento; perché gli studi effettuati dai militanti del partito del NO perseguono il solo scopo di giustificare ulteriormente ciò che essi già conoscono in modo certo e definitivo: l’omosessualità è sempre male e male è tutto ciò che da essa deriva.

Poi, c’è il partito del VEDIAMO. E’ costituito da alcuni teologi che non contestano il magistero cattolico, ma vi ravvisano dei limiti non trascurabili. Alla nostra domanda essi offrono risposte diverse da quella del partito del NO. Tra le altre, eccone tre abbastanza eloquenti di teologi cattolici italiani. 1) "Solo comprendendo meglio la sessualità si può discutere di omosessualità in modo sensato, e cioè rifiutando la categoria astratta generica di ‘omosessualità’, rifiutando di considerare ogni comportamento (in senso lato) omosessuale come a priori oggettivamente disordinato" […]. Occorre "ripensarlo nel quadro di tutte le nuove conoscenze e acquisizioni in materia di sessualità umana". 2) "L’amore omosessuale ha meno risorse dell’amore eterosessuale; ma il fatto di esprimere meno ricchezza non significa che sia senza significato. […] Questa constatazione non porta a concludere che l’amore omosessuale sia illegittimo o impossibile; ma piuttosto fa prendere coscienza che se due persone omosessuali vogliono impostare in modo serio il loro rapporto dovranno sopperire con la volontà e con l’educazione a quei limiti e a quelle carenze che l’amore omosessuale porta in se stesso". 3) "Se nei confronti seri con la comunità, l’omosessuale credente maturasse la convinzione fondamentale, argomentata, che i presupposti magisteriali non sono sufficientemente forti, dati i valori personali in gioco, ed insieme diventasse sempre più consapevole che la sua natura individuale di omosessuale è certa e fondamentale per il compimento della sua vocazione personale, in quel caso non sarebbe rimproverabile moralmente un simile omosessuale. Un omosessuale che cercasse di realizzare in un contesto di vera umanità, nel rispetto delle dimensioni fondamentali della vita cristiana, un’amicizia profonda, piena e duratura con una persona dello stesso sesso, un’amicizia che includesse insieme alla congiunzione di destini vitali, anche l’apertura ad un linguaggio della tenerezza e della donazione".

Infine, c’è il minoritario partito del SI, che di fronte alla nostra domanda afferma: "L’inconciliabilità tra esperienza omosessuale e lesbica e vita autenticamente cristiana è un pregiudizio, un oltraggio alle persone, una affermazione teologica che si può motivatamente e tranquillamente contrastare e rifiutare, una discriminazione inaccettabile, una bruttificazione della fede". Ne segue che anche le coppie formate da persone dello stesso sesso ricevono la benedizione del loro "patto d’amore" nella Chiesa, che "le accompagna e le sostiene con l’insegnamento e la preghiera". E’ una prassi che, presupponendo una "teologia gay" e una "spiritualità per omosessuali credenti", è già abbastanza diffusa pure nelle altre Chiese d’Italia, d’Europa e dell’America del nord.

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