Perché Marco Prato non doveva morire

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La morte spezza le storie, non migliora mai niente.

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Marco Prato si è suicidato.

C’è chi gioisce, c’è chi con delicatezza scrive: un malato di mente in meno. Io invece avrei preferito che Marco Prato restasse in vita, che comprendesse profondamente, radicalmente, il senso di quello che ha fatto e lo trasformasse magari in altro, utile anche agli altri.

Sì, avrei preferito un finale più umano.

La morte spezza le storie, non migliora mai niente.

Lo si sente dire sempre più spesso, complice anche l’ambiente emotivo dei social: il mostro deve pagare, non ha diritto a niente, deve soffrire fino alla fine, deve morire. Frasi come queste, dette più o meno consapevolmente, qualificano soprattutto chi le pronuncia (o le scrive). Chi pensa e scrive cose così, che se ne renda conto o meno, manifesta la nostra comune tendenza a prevaricare e fagocitare l’altro. Dentro di sé ha già attiva l’inquietante inclinazione a decidere chi deve vivere e chi deve morire, a ritenere la vita degli altri a nostra disposizione. Quella stessa inclinazione che porta a sostenere la pena di morte, che è un omicidio legale, ma pur sempre un omicidio. 

Marco Prato ha ucciso, ha seviziato, è vero: ma cosa sia diventato Marco Prato in seguito noi non lo sappiamo. È incredibilmente difficile da sopportare e accettare ma le persone non sono riducibili ai loro atti. Sono sempre in grado di trascenderli e andare oltre. Le persone sono esseri che sanno rendere le contingenze – i fatti – essenza. Imparano, diventano altro. E proprio per questo non andrebbero inchiodate a ciò che hanno fatto in passato. Né attraverso il nostro giudizio, né attraverso una situazione carceraria spesso disumana. 

Il caso Varani purtroppo ha avuto la peggior fine possibile. Sin dall’inizio si è rivelato un pessimo esempio di giornalismo, oltre che una vicenda orribile e straziante. E ora il suicidio di Marco Prato aggiunge assenza di senso ad assenza di senso.

Il male esiste e si manifesta in tutti noi, in modi e forme diverse. È un fatto. Forse però c’è la possibilità o almeno la speranza che questo mondo, il nostro, diventi un posto in cui chi compie il male venga aiutato a rendersi conto di ciò che ha fatto e che riesca magari addirittura a fare del crimine commesso uno strumento di trasformazione. Che ci aiuti a vedere meglio, a capire di più.

A vedere e capire, ad esempio, perché è così facile ritenere le vite degli altri a nostra disposizione.

Jonathan Bazzi

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