MASCHI IN UNIFORME

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Stilisti, artisti e fotografi interpretano il fascino della divisa.

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FIRENZE. Uniformi protagoniste. Alla Stazione Leopolda di Firenze, fino al 18 febbraio, c’è la mostra "Uniforme. Ordine e disordine", inaugurata all’interno degli eventi di Pitti Immagine Uomo appena concluso.

Il concetto di questa esposizione nasce dalla semplice constatazione che l’abbigliamento maschile deriva dalla divisa e che l’abbigliamento moderno deve moltissimo all’uniforme: indumenti prodotti in serie per taglie, seguendo un concetto di praticità, vestibilità, qualità e ricerca tecnologica.

Una cinquantina fra fotografi, artisti e stilisti hanno interpretato il tema secondo le loro inclinazioni

Del resto la stessa uniforme militare ha sempre esercitato una considerevole attrazione sui "civili", anche erotica.

E questo fascinazione è tanto più grande quanto l’uniforme è legata a lugubri ricordi di un male passato. Ricordiamo la Charlotte Rampling in succinta uniforme nazista in "Portiere di notte" di Liliana Cavani. L’uniforme nazista rappresenta anche un feticcio nelle suggestioni omoerotiche. Ne "La caduta degli dei" di Luchino Visconti, un manipolo di giovani SS, tra i quali uno splendido Helmut Berger, prima del massacro di Wiesse, organizza un’orgia gay, con tanto di travestimenti da Marlene Dietrich, per poi cambiare gli abiti femminei in perfette uniformi da carnefici.

Sembra che (come suggerisce una frase scritta su un vetro di una teca della Leopolda) il male sia più elegante del bene, come se dovesse nascondere la sua natura spietata dietro la perfezione delle forme.

Non si tratta di un semplice travestimento, quanto del bisogno di tenere le distanze dalla quotidianità, per ritrovare nella bellezza una legittimazione della propria superiorità. Così l’orrore sceglie i propri abiti, che si rifanno, anche se in parte, ad un immaginario gotico – romantico, tra Byron e Bram Stocker.

E quest’immaginario spazia fra i due adepti del sado – maso ritratti da Mapplethorpe, con tanto di catene, al fotone di Fidel Castro in giacca da guerriglia.

Dopo queste considerazioni menagrame che fanno venir voglia di scongiuri, signorili o meno, vale la pena di informare che, per fortuna c’è sempre che ci scherza su. Jean Paul Gautier, da bravo ragagazzaccio, espone due modelli delle collezioni passate carichi di ironia. Un completo simil – poliziotto tutto legacci dalla testa ai piè, parti intime comprese e un marinaretto sciantoso in pailletes da far innamorare Querelle. Nella sezione della mostra dedicata alla stilisti è interessante il capo esposto da Burberry, un completo divisa kaki, con giacca midi legata in vita, dalla linea moderna e sportiva. La sorpresa è nella data di produzione del capo, 1909. Come si vede la moda è tutta corsi e ricorsi.

Per la serie quando la morte fa spettacolo, non poteva mancare l’uniforme insanguinata del soldato bosniaco fotografata da Oliviero Toscani per la campagna Benetton e il servizio al pomodoro di Carter Smith sul mensile inglese "Arena", dove i modelli rifanno il verso ai soldati spappolati di "Save Private Ryan" di Spielberg.

Un occhio bisognava buttarlo anche alla musica. Del resto, dal sessantotto in poi, l’uniforme, riveduta e corretta, diventa simbolo della contestazione giovanile.

Dall’eskimo cantato da Guccini alle divise strappate dei Sex Pistols, ai berretti di strass dei gruppi heavy metal californiani, e, perché no, alla giacchina con le mostrine dello scolorito Michael Jackson.

"Uniformi:ordine e disordine"

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Firenze, Stazione Leopolda.

Fino al 18 febbraio, tutti i giorni dalle 10 alle 18 escluso il lunedì.

di Paola Faggioli – da Firenze

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