Max, rifugiato gay scappato dalla Russia, racconta: “Mi consideravano perverso e malato”

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Annalisa Camilli dell'Internazionale racconta una storia sconvolgente, fatta di vergogna e discriminazione: "Dopo tre tentativi di suicidio ho capito che valeva la pena vivere".

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Essere omosessuali a volte può essere difficile, soprattutto se si nasce in un paese che a priori ti considera disgustoso, malato, perverso. È stato molto difficile per Max, 35, rifugiato gay in Italia scappato dalla Russia. Vive nel Belpaese da soli due anni: è nato a San Pietroburgo e poi si è trasferito a Simferopoli, Crimea, insieme alla sua famiglia.

È riuscito, grazie all’aiuto delle associazioni, ad ottenere lo status di rifugiato perché nel suo paese rischiava costantemente di essere incarcerato a causa dell’aberrante “legge anti-propaganda gay”. È riuscito, grazie all’aiuto del suo attuale compagno Giovanni, a dargli un bacio in pubblico solo questo gennaio, durante la manifestazione per le unioni civili al Pantheon. Ha raccontato la sua storia a Annalisa Camilli dell’Internazionale: ve ne proponiamo un estratto qui, per leggerla tutta basta cliccare questo link.

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“A Roma per la prima volta in vita mia ho visto una coppia gay che faceva una passeggiata mano nella mano, per me era un tabù, ero scioccato”, racconta Max che ripercorre tutta la sua storia: dalla scoperta di essere attratto dalle persone del suo stesso sesso verso i sette anni, fino a quando, a tredici, è stato picchiato da un gruppo di ragazzi.

“Mi dicevano che ero frocio, ma io non sapevo neppure che significasse. Mi hanno aspettato fuori da scuola, avevano 17 o 18 anni, erano più grandi di me. Hanno cominciato a insultarmi, hanno detto che dovevo andarmene dal quartiere perché ero gay e poi mi hanno massacrato di botte e io a casa non ho potuto nemmeno spiegare perché mi avevano picchiato”. Per le violenze subite, Max è stato ricoverato e ha perso l’uso di un rene.

“Al terzo tentativo di suicidio ho capito che tanto valeva vivere”, ricorda. Grazie al servizio civile internazionale Max arriva in Italia, a Tarquinia, e comincia a frequentare la comunità LGBT di Roma, poi decide di fare domanda di asilo. “Quando sono andato a presentare la domanda alla questura di Viterbo è stata dura, la persona che ha accettato la domanda era un po’ rigida, sembrava imbarazzata per la mia richiesta”, racconta.

Dopo solo un mese Max è stato chiamato per l’appuntamento con la commissione territoriale: “Mi ricordo benissimo quel momento: era domenica, alle dieci di mattina, e ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano di andare a prendere questo foglietto per fare il colloquio. Ero felice, non ci potevo credere, ero preparato ad aspettare molti mesi prima di essere convocato e invece è stato più veloce del previsto”.

La madre di Max chiama spesso a casa per sapere come sta suo figlio e gli chiede se ha trovato una fidanzata. “Non immagino che reazione potrebbe avere se le dicessi che il mio fidanzato si chiama Giovanni. È una persona molto gentile mia madre, molto forte, ma è omofoba”, dice Max.

Max racconta che in Russia essere gay significa vivere di nascosto. “Nel mio paese, l’omosessualità provoca sentimenti di disgusto nelle persone, si pensa che essere omosessuali sa una perversione occidentale”.

“I gay e le lesbiche suscitano sentimenti di paura, perché manca qualsiasi esperienza di cosa sia una coppia gay”, racconta. “Penso spesso a come reagirebbe mia madre, penso che ne sarebbe inorridita. Ma credo che prima o poi glielo dirò”.

Per leggere la storia completa sull’Internazionale clicca qui > > >

 

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