Nel 1969 Stonewall, e poi? Nascita delle lobby gay americane

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Tutti sanno cosa successe la fatidica notte del 28 giugno di quaranta anni fa, ma pochi sanno come si è evoluta la comunità lgbt statunitense da allora e...

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Ormai dovrebbe essere risaputo anche presso la comunità lgbt italiana che il corteo del Gay Pride celebra l’anniversario della rivolta di Stonewall, che partendo da un manipolo di coraggiosi che si sono ribellati ai soprusi omofobici delle forze dell’ordine di New York (nel locale Stonewall Inn), ha dato il via alle lotte di rivendicazione che hanno portato alla nascita del movimento lgbt moderno. Tuttavia è molto curioso notare come tutti abbiano sentito parlare di Stonewall, mentre pochissimi sono al corrente di quello che successe dopo, quando prese forma uno dei movimenti lgbt più forti e articolati al mondo, peraltro in una delle nazioni più bigotte e conservatrici del pianeta.

Partiamo dall’inizio: a seguito dei moti di Stonewall a New York si costituì il Gay Liberation Front, un’associazione che, per strategie e ispirazione politica, guardava al Vietnam’s Liberation Front. Questo significava che, attraverso una visione dichiaratamente marxista, proponeva un attivismo "di rottura" e di maggiore impatto sociale rispetto alle cosiddette "associazioni omofile" (come la Mattachine Society), che già dagli anni cinquanta puntavano sull’integrazione graduale attraverso una buona dose di discrezione. Questa nuova strategia diede i suoi frutti, tant’è che spinse il Partito Democratico americano ad intervenire per fermare i raid allo Stonewall Inn e in altri locali, che erano comunque proseguiti anche dopo quel famoso 28 giugno. Tuttavia, già alla fine del 1969, avvenne un radicale cambiamento che segnò la storia dell’associazionismo americano. Il Gay Liberation Front era nato come un’associazione che si proponeva di rappresentare tutte le istanze e le necessità della comunità lgbt, e questo aveva presto portato a dissidi interni e a conflitti di interesse che rischiavano di affossarla.

Per questo, molto saggiamente, si decise di scioglierla per dare modo ai vari attivisti di costituire associazioni che operassero ciascuna in un campo specifico e perseguendo i propri obbiettivi. Già nel 1970, dalle ceneri del Gay Liberation Front, era nata la Gay Activist Alliance, che raccoglieva gli attivisti politici, mentre, ad esempio, iniziavano a costituirsi le prime associazioni gay di categoria (la prima in assoluto fu quella dei bibliotecari gay americani, proprio nel 1970), che portavano avanti la battaglia per i diritti gay su più fronti e ciascuna secondo le proprie competenze. Questo modo di operare innescò un circolo virtuoso, che contribuì a rafforzare la comunità gay americana a diversi livelli e a creare quelle lobby (ovvero quei gruppi di pressione) che tanto peso hanno avuto negli ultimi quarant’anni. La liberazione sessuale degli anni ’70 fece il resto, e la comunità gay americana emerse in tutta la sua sfacciata vivacità.

Da notare che, nonostante i cortei del Gay Pride ogni anno diventassero sempre più numerosi e partecipati, il movimento gay americano non li ha mai considerati manifestazioni nazionali: infatti quando ha voluto fare qualcosa in questo senso ha organizzato delle vere e proprie marce su Washington, a partire dalla prima che si è tenuta nel 1979 (a cui sono seguite quelle del 1987, del 1993 e del 2000). La situazione stava progredendo rapidamente, ma negli anni ’80 l’arrivo dell’AIDS portò a un nuovo cambiamento di prospettive, che segnò il passaggio dalla spensieratezza ad un inedito senso di responsabilità e solidarietà, accentuato dai nuovi pregiudizi anti gay che l’AIDS contribuiva a diffondere. Inutile dire che nacquero diverse associazioni gay che si concentravano sul problema AIDS, sulla sensibilizzazione e sull’assistenza ai malati. Da notare che anche in seguito all’epidemia e alle prese di distanza del governo, le associazioni gay americane si sono appoggiate sempre di più alla loro rete sociale per la raccolta di fondi, divenendo ancora più solide e indipendenti, e potendosi permettere negli anni ’90 di ampliare il loro campo di intervento anche in ambiti un tempo impensabili, come i reduci di guerra gay, le scuole dell’obbligo, i palinsesti televisivi e persino i fumetti.

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Alla fine del decennio questo modello non cessa di rivelarsi vincente, anche perché nonostante le spinte contrarie (dalle lobby religiose ai politici conservatori, che in America sono estremamente influenti) l’associazionismo lgbt americano è cresciuto assieme alla sua comunità, ponendosi sempre al suo stesso livello, con onestà e trasparenza, parlando il suo linguaggio e dimostrando di esserne parte integrante. Un vero peccato che in diverse nazioni questo modello faccia ancora molta fatica a prendere piede, con tutte le conseguenze del caso.

di Valeriano Elfodiluce

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