NESSUN ‘DIRITTO’ AD ADOTTARE

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I bambini non "sono" diritti perché "hanno" diritti. E la battaglia del Pacs e quella per le adozioni vanno portate avanti separatamente e in fasi diverse.

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Sembra che non sia possibile discutere di riconoscimento delle coppie lesbiche e gay senza che spunti fuori il tema delle adozioni.
E dico "spunti" perché Pacs e adozione sono due temi diversi, che procedono su strade separate. Lo dimostra il fatto stesso che in tutti i Paesi che hanno riconosciuto in un modo o in un altro le unioni omosessuali l’adozione è stata sempre espressamente esclusa, e semmai discussa in un secondo momento, con una battaglia apposita.
Ebbene, nonostante questo fatto palese, nel dibattito di questi giorni sui Pacs c’è chi si oppone proprio perché nelle nostre proposte di legge non viene chiesto, forte e chiaro, il cosiddetto "diritto all’adozione". Una coppia di questo tipo sarebbe "discriminante" rispetto a quella eterosessuale, perché avrebbe meno diritti, quindi va rifiutata…
Mi pare allora che qui si stia facendo un po’ troppa confusione.
A mio parere qui è sfuggita una distinzione importantissima:
· la battaglia per il riconoscimento sociale delle nostre coppie riguarda un diritto delle coppie, per dare anche alle persone omosessuali i diritti che le persone eterosessuali hanno già;
· tuttavia l’adozione non è uno di questi diritti, per il semplice e banale motivo che l’adozione è un diritto del bambino, e non dell’adulto.
I bambini non "sono" infatti un "diritto" delle coppie, perché i bambini hanno loro, in prima persona, dei diritti. Sono soggetti, non oggetti di diritti.
Il più importante fra questi diritti è una famiglia che li ami e li aiuti a crescere fino all’età adulta.
Lo hanno al punto tale che se l’adulto si dimostra indegno d’essere genitore la società può privarlo del diritto ad esserlo. Dunque, il diritto del bambino prevale su quello dell’adulto.
Nonostante questo discorso sia, credo, chiaro e semplice, troppo spesso gli adulti (gay o eterosessuali, non c’è differenza) pensano invece all’adozione come a un diritto dell’adulto. "Lo Stato non fa abbastanza per dare un bambino a tutte le coppie che lo chiedono!", si sente dire. E fra le mille promesse di Berlusconi ci fu quella, agghiacciante, di "Adozioni più facili". Come se si trattasse della promessa di "un mulo e dieci acri di terra" ad ogni famiglia… e già che ci siamo ci mettiamo pure un figlio adottivo, per fare cifra tonda.
Ora, nell’antichità questo modo di pensare non era sbagliato. L’adozione serviva in primo luogo a dare un erede a un adulto che non ne aveva, o l’aveva perso. Per questo si potevano adottare persone i cui genitori erano vivi e vegeti: l’adozione, lo ripeto, non serviva a dare genitori agli orfani.
Questa forma d’adozione esiste ancora (Renato Zero ha adottato un giovanottone per farne il suo erede, Albertini, il sindaco di Milano, è stato adottato da un nobile che vuole lasciarlo erede del titolo…), però oggi nessuno, parlando d’adozioni, pensa più a questo. Ha ormai prevalso una concezione più moderna: quella per cui l’adozione serve a dare una famiglia a un bambino che ne è rimasto privo.
Questa concezione è, ripeto, moderna. Fino a pochi decenni fa non si credeva affatto che tutti i bambini avessero diritto a una famiglia: la legge (e la Chiesa cattolica) discriminava spietatamente fra figli "legittimi" e "bastardi", e la società usava gli orfanotrofi come discariche/mattatoi (la mortalità per malattia poteva raggiungere il 95%) per i bambini "di troppo".
Oggi invece nessuno la pensa più così, gli orfanotrofi sono spariti, finalmente svuotati proprio dalla nuova concezione dell’adozione… eppure curiosamente è rimasto vivo il mito degli orfanotrofi come canile per bambini randagi, bisognosi di famiglia, che solo la crudeltà della legge impedisce di smistare rapidamente a chi "ne ha diritto".
Questo è solo un mito irrealistico. E questa è una seconda ragione per cui l’adozione non può essere una priorità per il movimento gay.
In Italia esistono circa trenta coppie che si propongono per l’adozione per ogni bambino abbandonato. Farle salire a trentuno aggiungendoci le coppie gay non è per la società, credo, uno degli obiettivi più urgenti e utili, e sinceramente non vedo in che modo così facendo si andrebbe incontro agli interessi dei bambini.
Insomma, l’impressione finale è che qui spesso si parli senza rendersi conto di cosa si stia parlando. Si parla di esseri umani come se tenere in casa un cane o un bambino fosse la stessa cosa. Ed io non posso che ribellarmi all’idea.
Stando così le cose, io rimango ancora più convinto del fatto che la battaglia del Pacs e quella per le adozioni vadano portate avanti separatamente e in fasi diverse. Avremo certo modo di parlare di adozione fra poco: anche se non volessimo ce lo farà fare il boom di nascite iniziato fra le lesbiche italiane. Che rapporti parentali debba e possa avere il genitore non biologico, se le/gli debba essere consentito "affiliare" in qualche modo il minore che ha cresciuto come fosse suo… sono domande non da poco che ci daranno non poco da riflettere. Ma, ripeto, ciò si farà a tempo debito, cioè dopo l’approvazione della legge che riconosce le unioni civili.
Infatti se l’adozione riguarda le coppie socialmente riconosciute allora, io trovo, sarebbe un’idea simpatica e intelligente iniziare ad averle, queste coppie omosessuali socialmente riconosciute!
Coloro che rifiutano i Pacs in nome delle adozioni dimostrano insomma di non avere capito nulla né di bambini, né di Pacs, né di adozioni… e a questo punto, neppure delle priorità di chi ha scelto di vivere in coppia.
Mica male…

di Giovanni Dall’Orto

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