Nichi Vendola: “Amo mio figlio ma per lo Stato non sono suo padre”

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"Sono stato una bandiera dei diritti gay, ma non voglio fare di mio figlio una bandiera".

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Pubblicata dal Corriere oggi un’intervista esclusiva a Nichi Vendola che, dopo la storica sentenza di ieri, ha commentato la notizia alla luce dalla sua esperienza personale. Ecco l’intervista rilasciata ad Alessandro Trocino:

«Questa ordinanza è una finestra sulla vita». Nichi Vendola è in Puglia, dove ha appena festeggiato, insieme al compagno Ed, un anno di suo figlio, nato negli Stati Uniti, dove la maternità surrogata è consentita.

Un anno con suo figlio: com’è andata?

«Per me è stata una scoperta straordinaria, è una forma d’amore di una radicalità spiazzante: accorgersi di come un neonato ti possa educare a sentire i suoi bisogni, è un’esperienza meravigliosa».

Ne volete un altro?

«Un figlio è un impegno anche fisico davvero travolgente, eppure sì: ci piacerebbe averne un altro».

Per la legge italiana lei non è nulla per questo figlio. 

«È un anno che vivo con lui. Non è passato un giorno senza che gli dessi il biberon, che gli cambiassi il pannolino. Ci gioco come un matto, lo nutro, lo curo, lo amo alla follia. Eppure, vivo ancora in un limbo giuridico. Mentre vedo lo sguardo di mio figlio che mi cerca in ogni momento, l’idea che io per lo Stato non sia nulla per lui, che non abbia alcuna parentela, è un’idea drammatica. Che può avere conseguenze catastrofiche: io sono privo di diritti nei suoi confronti e lui nei miei».

Questa sentenza non cambia le cose anche per voi?

«Un anno fa era difficile immaginare di imbarcarsi con la richiesta a un tribunale per il riconoscimento della paternità. Valuterò con i legali, ma so di essere catalizzatore di attenzione morbosa e quindi seguirò il percorso più sicuro».

Qual è?

«Quello dell’unione civile e delle pratiche per l’adozione».

Perché non l’avete fatto?

«La vita ci ha travolti, non ne abbiamo avuto il tempo. Ma accadrà molto presto».

Con la sentenza di Trento riparte il dibattito sulla maternità surrogata, sull’«utero in affitto».

«Questa ripetizione del mantra “utero in affitto” è irrispettosa e ideologica. Nel nome dei diritti di un bambino astratto, il bambino concreto, mio figlio, dovrebbe essere privato delle mie cure?».

Per alcuni suo figlio non dovrebbe essere mai nato

«Il problema è che c’è».

Chi non lo vorrebbe, punta il dito contro quelle che ieri Lorenzo Dellai chiamava le «transazioni paracommerciali con le donne».

«La pratica della compravendita dei bambini è un fenomeno vergognoso, che non riguarda quasi mai le coppie omosessuali. Ma nessuno si straccia le vesti: succede solo quando si tratta di famiglie omogenitoriali».

Nel vostro caso non c’è stata una transazione con la donna?

«Innanzitutto, le donne: una che ci ha donato un ovulo e una ha accettato di portare nella pancia un progetto di vita. Queste donne sono parte della nostra vita, gli uni per gli altri siamo come famiglie. Vivono in California, ma ci sentiamo via skype e siamo vicini. Per me e Ed è stato pregiudiziale definire la qualità del rapporto, che non vi fossero condizioni di miseria. Del resto difficilmente le motivazioni sono economiche. Francamente, poi, l’impegno e la gestazione per nove mesi non possono essere compensate da un rimborso economico: è difficile non percepire una motivazione etica».

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Non ha paura che si troverà in difficoltà suo figlio? 

«Tutti i pediatri che lo hanno visitato, dicono che è l’immagine della serenità, della felicità. In quest’anno, dovunque siamo stati, abbiamo ricevuto un’accoglienza affettuosa, soprattutto dalle donne. Non sempre dalle famiglie tradizionali arrivano esempi luminosi. Credo che si debba avere rispetto della vita di un figlio».

Vi accusano di egoismo.

«Io e il mio compagno avremmo volentieri evitato la trasferta americana, se avessimo avuto la possibilità di adottare. L’idea di una relazione tra seme e paternità è povera. Anche nei testi sacri, i casi di gestazioni per altri sono molti».

Non è un rischio la legislazione surrogata dai giudici?

«I giudici rimediano alla spaventosa ipocrisia in cui è vissuta un’Italia ostaggio del moralismo elettorale e dell’immoralismo esistenziale».

Lei però non ha fatto una battaglia politica su questo.

«Ho fatto un figlio e non mi pare sia passato inosservato. Ma il mio primo dovere è tutelarlo. Sono stato una bandiera dei diritti gay, ma non voglio fare di mio figlio una bandiera».

Nel frattempo, è stato detto e scritto di tutto.

«Il sorriso di mio figlio mi ripaga anche di questo».

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