Omofobia, domani il voto. Carfagna: torni in Commissione

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Iniziata la discussione alla Camera sulla proposta di legge contro l'omofobia. Domani la votazione. L'Udc: "incostituzionale". Il ministro Carfagna: "Torni in Commissione Giustizia".

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«È improcrastinabile una risposta, anche se non sarà mai esaustiva, alla recrudescenza del fenomeno dell’omofobia». Queste le parole dell’onorevole Anna Paola Concia (Pd), relatrice del testo che mira ad introdurre l’aggravante omofoba nel codice civile, durante la prima giornata di dibattito che porterà alla votazione nella giornata di domani.

«Il fenomeno esiste, è un dato di cronaca – ha detto Concia – ma

non è iniziato quest’estate, ha radici antiche ed è in crescente aumento». «Siamo consapevoli che occorrono interventi di valenza socioculturale – ha spiegato la relatrice – ma la situazione di emergenza rende indispensabile offrire una tutela penale alle vittime». L’on.Concia ha quindi sottolineato che durante la discussione in Aula bisognerebbe introdurre anche la tutela per i transessuali, tutela che era prevista nel testo iniziale. «Per arrivare a un testo unificato ho dovuto dolorosamente rinunciare alla dizione di identità di genere, cioè la percezione di sé come maschio o come femmina. Ma per evitare che diventi oggetto di diverse interpretazioni si potrebbe sostituire con il termine "transessualismo". Negare loro qualsiasi tutela penale sarebbe inspiegabile, anche perché il maggior numero di omicidi di trans nel mondo avviene in Italia».

A sorpresa, però, il ministro per le Pari Opportunità Mara

Carfagna, al termine del dibattito, ha annunciato la necessità che il testo torni in Commissione. «Ho mandato una lettera alla presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, in cui ho chiesto un ritorno in Commissione per un’ulteriore riflessione», ha detto il Ministro. «Credo che tutte le discriminazioni vadano contrastate, a partire da una norma che preveda un’aggravante nel caso in cui l’unico movente sia stato proprio quello di discriminare un individuo in ragione del suo orientamento sessuale, ma io aggiungerei anche in ragione dell’età, del sesso, dell’etnia o della religione. Sono questi i fattori discriminanti che il Trattato di Lisbona prevede all’articolo 19, alcuni dei quali sono già stati recepiti dal nostro ordinamento che prevede delle aggravanti nel caso in cui, ad esempio, i reati siano stati commessi per finalità di discriminazione a causa della razza o dell’origine etnica o della religione della vittima di violenza (mi riferisco alla cosiddetta legge Mancino)». Un percorso non esente da rischi. Il testo licenziato dalla Commissione Giustizia, infatti, è frutto di bilanciamenti che hanno messo d’accordo Pd, Pdl e Lega. Una riapertura del dibattito su un testo base, se pur col nobile intento di comprendere in esso altre forme di discriminazione, porrebbe seri problemi anche alla luce della minaccia di incostituzionalità ventilata dall’Udc.

Il partito di Casini sostiene che la norma incorre nella violazione dell’art.3 della Costituzione «andando a creare di fatto delle differenze di fronte alla legge e in tal modo – nel tentativo di elencare via via categorie sempre piu’ protette – finire per costituire da una parte delle ghettizzazioni e dall’altra dei privilegi».

E dire che anche l’Idv, che in Commissione aveva votato contro il testo, aveva annunciato il proprio parere favorevole nonostante avesse comunque presentato 17 emendamenti «per superare i limiti della legge». A questi si aggiungono i 7 emendamenti dei deputati radicali, fra cui quello per la conversione dell’Unar, l’"Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale", costituito presso il Ministero per le Pari Opportunità, in "Agenzia nazionale contro le discriminazioni". 

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Domani i deputati decideranno: votare il testo e gli emendamenti e passare la palla al Senato, oppure riaprire il dibattito in Commissione Giustizia.

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