Orlando, quando il male si aggrega: le lacrime del nostro sgomento

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Colpiti da ogni lato, avanziamo smarriti. Ma dobbiamo continuare ad amare ed esporre ancora di più l'oscenità del nostro amore.

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Dopo la strage di Orlando siamo tutti in un campo bombardato da innumerevoli vettori emotivi. Il male si aggrega. Colpiti da ogni lato, avanziamo guardandoci attorno, smarriti. Gli spari della Florida ci hanno raggiunto, oltre l’oceano, sommandosi ad altri, che ci vorticano attorno da troppo tempo e dai quali abbiamo imparato a difenderci, ma che vorremmo finalmente cessassero. In questo campo, che è da sempre il nostro, il respiro è assediato, oggi più del solito, e viene meno per lo sgomento delle emozioni che si sono affastellate velocissime e feroci. Siamo insieme, io che scrivo, tu che mi leggi, sotto i colpi impietosi che provano a piegarci la schiena.

La gioia dei primi cortei, e qua in Italia della prima legge che ci tutela, è stata falciata via, brutalmente zittita. Roma con la sua folla e ieri Los Angeles con l’ombra di un nuovo agguato, sono state eclissate. Il dolore che ci è piombato addosso dai ragazzi di Orlando è un dolore nuovo e così intimo, così nostro. Sono belli, bellissimi nelle foto che restano di loro. Li avete visti? Che fare di fronte ai loro occhi? Come provare a dar senso al peccato imperdonabile che è stato compiuto contro di loro? Le loro storie che pian piano cominciano a sgorgare dal terreno della loro vita, delle loro case , delle loro famiglie sono difficili da ascoltare. Si barcolla, si resta storditi. L’ovvia, naturale paura di non essere più al sicuro, nelle nostre serate, nei nostri locali si fa avanti nei nostri cuori, nei nostri corpi, perché i ragazzi di Orlando non sono morti casualmente: sono morti perché erano portatori del nostro stesso difetto, della nostra stessa macchia. Perché froci, lesbiche, perversi, deviati. Perché contronatura ovvero contro il volere del Dio – che sia Allah o Cristo o Yahweh poco importa – quel volere che nessuno ha mai udito o visto direttamente e che l’uomo usa per legittimare le proprie paure, il proprio bisogno di mantenere il controllo. Perlopiù contro le cose più vive. Sopprimendo le differenze, le eccezioni e la libertà a colpi di censura e citazioni da libri e scritture che dovrebbero far fiorire la vita, esaltarla, non condurla alla rovina.

Dal campo minato da cui vi scrivo il disprezzo e la nausea sono insopportabili per i messaggi d’odio che dicono, sfacciati, che ce la siamo cercata, che l’abbiamo voluta noi. Insopportabili perché si accostano all’ipocrisia dei preti e dei baciapile e degli uomini pii che parlano e twittano e scrivono di un rammarico ignobile, che nulla dice delle responsabilità accumulate, della connivenza. Degli insulti, delle condanne, dell’ignoranza che da anni dobbiamo subire, a mo’ di pestilenziale sciroppo, dai nostri parenti, colleghi, vicini di casa.

Con Orlando i nodi vengono al pettine. Noi, soli, piccoli, con le nostre storie d’amore, eppure grandi, grandissimi siamo chiamati a alzare la testa e la voce, a spingere il cuore verso quel cielo che ci dicono non abbia un posto per noi. Un detto giapponese dei samurai dice: “Quando le acque salgono, la barca fa altrettanto”. Di fronte a una disgrazia non basta restare calmi, di fronte alla sventura il samurai deve in qualche inaudito modo incanalare l’energia degli eventi e andare avanti con coraggio.

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Perché se gli omicidi di Orlando ci sono stati vi prego, non dimentichiamocelo, è perché quei ragazzi vivevano insieme la loro normalità, alla luce del sole o a quella dei neon. Perché radunandosi, in quel locale, offrendosi nella loro gioia indifesa si sono offerti a essere trattati da simbolo. Quando si viene colpiti in quanto gruppo, scrisse Hannah Arendt, bisogna difendersi in quanto gruppo. Per questo dobbiamo continure ad amare, in ogni punto dello spaziotempo e dobbiamo farlo in modo smaccatamente omosessuale, senza rinunciare a nulla, anzi esponendo ancora di più l’oscenità del nostro amore.

Un piccolo fatto del Pride di Roma, sciocco e quasi folkloristico, ci appare ora così degno di nota. Perché accaduto tra di noi, all’interno del nostro stesso campo minato. Luxuria che si scaglia contro la transessuale con la croce non ha visto, capito, sentito che la croce, infine, è di tutti. È la nostra e quella dei ragazzi di Orlando. È la nostra quando veniamo umiliati, emarginati, violati, uccisi. Per la nostra magnifica diversità. L’uso di quella croce di cartone era quindi un uso accorto e rispettoso del simbolo sacro. Un uso cristiano. Radicale e quindi cristiano. Un’adeguata estensione dell’idea di incarnazione. Perché la diversità di Cristo fu ed è quella dei ragazzi di Orlando. Possibile che la teologia, la raffinata riflessione delle gerarchie ecclesiastiche e quelli che a quel mondo guardano, tutto questo non riescano a vederlo?

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