PASOLINI, 26 ANNI DOPO

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Quanti lo ricordano, quanti lo conoscono?

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Esattamente 26 anni fa, il 2 novembre 1975, moriva Pier Paolo Pasolini. E mai data poteva essere più simbolica, più appropriata, più tragicamente puntuale. Tanto più che lo stesso Pasolini aveva predetto la sua morte, con modalità non diverse dai fatti compiuti (e come ricordava lui la morte è fondamentale per un autore, il ‘come si muore’ dà un senso compiuto alla sua esistenza).

Ma quanti si ricordano questa data? Quanti, soprattutto tra le nuove generazioni, sanno chi era Pasolini? Non si ricorda mai abbastanza (e quest’anno ancor meno, visto che in tv solo Rete4 lo omaggia di due film, il bellissimo ‘Teorema‘ e il classico ‘Edipo Re‘, a tarda notte), non se ne parla quasi più, lo si ignora pressoché dovunque tranne che nei corsi istituzionali universitari. Quanti omosessuali sanno che Pasolini è stato uno dei più grandi poeti, registi, scrittori gay che abbiamo mai avuto? Quanti hanno letto le vite inquiete del Riccetto, del Caciotta, del Begalone, dei mille palpitanti ragazzi di vita che accendevano le sue notti violente? Quanti hanno visto ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma‘, ultimo, testamentario e lapidario capolavoro, radicale come nessuno, uno dei vertici massimi della cinematografia ‘contro’ mai partorito dal cinema italiano?

Non ha probabilmente tutti i torti Laura Betti, da sempre sua musa e valente attrice, quando dice che "gli omosessuali avrebbero dovuto farne una bandiera di Pier Paolo, ma non sempre è stato così". Sì, perché Pasolini è stato ‘scomodo’ persino ai gay: per la sua sessualità tormentata che faceva a pugni con la sua profonda religiosità; per la sua naturale ritrosia a tutto ciò che oggi definiamo con blanda approssimazione ‘politicamente corretto’ come il concetto di ‘tolleranza’ ("Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale; per i santi, gli eremiti ma anche per gli intellettuali" sostiene in un’intervista a Furio Colombo); per la sua posizione scomoda di amante di marchettari, incline ai rapporti violenti ("Pelosi dice che Pasolini era conosciuto per il suo masochismo ma anche noi amici lo sapevamo. Cercava qualcuno che in un gioco erotico lo malmenasse un poco" testimonia Dacia Maraini). Tutti elementi che lo de-santificano, lo de-iconizzano, rendendolo troppo complesso per essere proposto, banalmente, come un ‘modello di artista e uomo gay’ da imitare e idolatrare. E invece sta proprio nella sua brumosità, nel suo lato più oscuro, negli aspetti più controversi della sua vita personale e sessuale la scintilla di una creatività indomita, di una personalità unica ma scostante, non conciliata, non accomodante, forse la ragione del suo genio poetico.

Quanti, a imitazione dei tetri commentatori della sua morte (e profetiche furono le sue parole "la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi"), sosterrebbero ancora che "essendo omosessuale, non poteva che fare quella fine, che se l’era andata a cercare"?

Moravia, con eleganza cristallina, ci viene in aiuto: "Ora però avviene che qualcuno pur essendo comunista, si permette di non essere sano e normale (s’intende dal punto di vista della borghesia) e all’omosessualità aggiunge altre anormalità come la cultura, la poesia, la polemica politica, l’arte ecc. ecc. Che cosa succederà ad un simile personaggio? […] sarà odiato non già perché è comunista e perché è omosessuale, ma perché vuole essere tutte e due le cose insieme, nonché poeta, uomo di cultura, polemista politico, artista di tutte le arti."

E dell’omosessualità Pasolini ha cercato di dare interpretazioni anche sociologiche, come testimoniato nell’esemplare documentario di Laura Betti ‘Pasolini: le ragioni di un sogno‘ presentato quest’anno a Venezia, non celando mai però le difficoltà di fare chiarezza a livello personale. All’amica Silvana Ottieri scriveva: "Io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista accanto come un nemico, non me la sono mai sentita dentro. Solo in quest’ultimo anno mi sono lasciato un po’ andare"

Perché non rivendicare finalmente un Pasolini ‘nostro’, un Pasolini gay in tutte le sue sfaccettature? Un profeta unico (e rileggere gli ‘Scritti corsari‘ oggi mette i brividi, colmi come sono di oracoli sull’imbarbarimento culturale che ci circonda), un grande poeta amico delle masse, un regista unico. Gay. Ogni tanto è il caso di esserne orgogliosi.

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