PASOLINI, IL COLORE DEI SENSI

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Ritratti di ragazzi, divinità pagane: a Firenze una splendida mostra di Disegni e Immagini del poeta friulano. Il curatore Franco Zabagli ci ha fatto da guida.

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"Sai perché ti faccio il ritratto?". "No, perché?". "Perché non posso baciarti".

Questo scambio di battute che Pasolini fa pronunciare a un pittore e a Benito, il giovane e attraente ragazzo che sta ritraendo nel racconto Douce, è il punto di partenza per parlare della mostra "Disegni e Immagini di Pier Paolo Pasolini" che il Gabinetto Vieusseux e il Museo Marini hanno organizzato a Firenze, al Museo Marino Marini in piazza San Pancrazio, fino al 28 febbraio.

In quelle battute, infatti, si legge la "fisicità" e la sensualità che traspare in tutta l’opera figurativa di Pasolini, inclusa quella cinematografica. Nelle decine di disegni e dipinti, magistralmente collocati nella cripta di quella ex-chiesa che è oggi il museo Marini, si vedono e si sentono le dita del poeta di Casarsa che, intinte di colore, passano su fogli – spesso fogliacci su cui prendeva appunti, scritti sul retro – o su pezzi di cellophan – uno dei supporti preferiti – per lasciare segni dai quali traspare sempre, con precisione e magia quella "religione delle cose" che Pasolini dice di voler cogliere attraverso l’attività di pittore.

E il colore, che altre volte Pasolini stendeva spremendolo direttamente dal tubetto sul supporto, prende corpo, dà corpo alle figure ritratte, con un risultato che si sarebbe tentati di definire "materico": ma è lo stesso poeta che avverte: "non si può dire che io sia un pittore materico". E, in verità, quello che colpisce di più in tutto il percorso espositivo, è il mistero e la "spiritualità" della sua opera. Prendiamo qualche esempio: i ragazzi ritratti da Pasolini negli anni ’40, durante la sua residenza a Casarsa, pur essendo carichi di sensualità e guardati persino con attenzione alla costituzione fisica (Il ragazzo col ramo), mantengono la irriducibile distanza con cui li sentiva chi li ritraeva ("Bisogna vedere se te lo lascerei fare" rispondeva Benito nel dialogo citato all’inizio), risolvendosi misteriosamente in figure archetipiche, appartenenti a ciò che si è perso più che alle campagne friulane.

Ancora un esempio: intorno agli anni ’70, quando riprende a dipingere dopo una pausa di trent’anni, forse suggestionato da Warhol, di cui pure aveva scritto, Pasolini realizza alcune opere seriali, tra cui alcuni sorprendenti ritratti della Callas, che nella sua percezione incarna la donna tellurica, quasi una divinità pagana della terra. Così, i colori usati per questi ritratti non sono veri e propri colori, ma sono tracce di vino, fiori strofinati sul foglio perché vi lascino sopra una tenue colorazione, succhi di frutta, in una sorta di rito figurativo. Il risultato ha una alta forza suggestiva e parla dell’intimità di Pasolini con sorprendente vicinanza.

Infine non si può non citare il più misterioso dei disegni esposti, una riproduzione seriale di un segno grafico indecifrabile, come il profilo di un paesaggio collinare inclinato, o un alfabeto perduto, tracciato sedici volte su un foglio e accompagnato dai versi che ci sembra importante riprodurre con gli "a-capo" che lo stesso Pasolini usa:

Il mondo non mi vuole

più e non lo sa.

Toccante come un messaggio da un universo intimo diverso, ma in realtà già sperimentato in un passato primordiale.

Tutta la mostra sembra svolgersi come un viaggio nell’intimo del poeta (usiamo il termine "poeta" che meglio sottintende tutto ciò che Pasolini fu, dalla sua attività di critico a quella di regista o scrittore o pittore): anche grazie alla collocazione, il visitatore è spinto a compiere un percorso nel sottosuolo dell’immaginario di Pasolini, tra le figure, appena abbozzate ma splendidamente seducenti, dei ragazzi di Casarsa che egli amava ritrarre nei primi anni, tra le narcisistiche riproduzioni del proprio volto dei tanti autoritratti, tra i ritratti ossessivamente seriali dei personaggi che avevano segnato la sua formazione, come Roberto Longhi.

Un ultima annotazione la vogliamo dedicare al bel catalogo, curato da Franco Zabagli, che gentilmente ci ha accompagnato nella visita, introducendoci a tutto ciò che sta dietro quelle poche linee che a volte compongono un disegno: le opere esposte sono ben riprodotte e raccolte, commentate e intelligentemente accompagnate da qualche immagine o scritto a quelle opere associabile. Gli scritti di introduzione del catalogo, permettono di vedere Pasolini pittore con maggiore consapevolezza, e ne restituiscono un ritratto intimo.

Pier Paolo Pasolini. Dipinti e disegni dall’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux. Firenze, Museo Marino Marini, Piazza San Pancrazio 1 – 28 febbraio 2001.

Sito http://www.vieusseux.fi.it/pasolini.html

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