Perché ci occupiamo di Arcigay

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Ci occupiamo di Arcigay perché è diritto di un giornalismo non militante farlo. E i dubbi - non solo sul bilancio - dovrebbero indurre i suoi dirigenti a...

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La terza puntata dell’inchiesta giornalistica su Arcigay – quella dedicata allo scottante argomento del bilancio – mi impone quale direttore della testata giornalistica qualche riflessione, fosse solo per la valanga di interventi e soprattutto di email che ci sono arrivate:la stragrande maggioranza di elogio ma anche, come c’era da aspettarsi, qualcuna di critica.

La prima considerazione da farsi è rispondere a quanti pretenderebbero che il nostro fosse una sorta di "giornalismo militante" e vorrebbero in sostanza trasformare siti e riviste gay in una serie di "Pravda", bollettini ufficiali che narrano le gloriose e progressive sorti del movimento omosessuale italiano. Gay.it si è da sempre sottratto da questa logica, rivendicando anzi un proprio ruolo di giornalismo critico, che non tace su errori e mancanze e valorizza invece esperienze positive e vittorie. Giustamente sul forum c’è chi ha fatto un paragone con le inchieste di Repubblica sull’affaire Unipol che due anni fa scosse profondamente gli allora dirigenti dei Democratici di Sinistra: pur essendo più o meno della stessa parte politica, Repubblica non si è sottratta all’impegno preso coi propri lettori di informarli anche con notizie che a molti di loro avrebbero procurato fastidio. Così, nel nostro piccolo, Gay.it: perché dovremmo tacere della gravissima mancanza di trasparenza che ci inducono a rilevare i bilanci 2006 e 2007?

Ma andiamo oltre. E’ da tempo che su questo sito abbiamo espresso dubbi su come, nell’ultimo anno in particolare, la principale associazione gay italiana, Arcigay, ha gestito i rapporti politici, portando di fatto il movimento omosessuale al più alto punto di isolamento rispetto non solo alla classe politica italiana – Partito Democratico in testa -, ma anche rispetto a nostri alleati storici, come alcuni giornali "liberal". Nel mio ultimo editoriale dedicato all’ultimo grave errore che a mio parere Arcigay ha compiuto, regalando a Povia una campagna pubblicitaria milionaria che sicuramente non si meritava, facevo proprio la cronistoria dei grandi errori di strategia che Arcigay ha compiuto e l’ho fatto separando i fatti dal commento, come oggi mi trovo a commentare le reazioni ad un pezzo che il buon Daniele Nardini ha scritto ieri. E’ il mio umilissimo pensiero, senza dietrologia alcuna, e chi non è d’accordo con me può semplicemente decidere di non leggere più quel che scrivo.

Non è che quindi, semplicisticamente, "Gay.it ce l’ha con Arcigay", ma la direzione editoriale di Gay.it diversamente ritiene che i grandi cambiamenti degli ultimi anni nel nostro mondo – lo scenario di soli 5 anni fa era diverso: Arcigay era centrale, gli attori erano pochi, il mondo politico di sinistra guardava con grande attenzione ad Arcigay che con l’Arci ne era una sua costola e via dicendo – non si sono fatti sentire dentro Arcigay e non l’hanno condotta ad un ripensamento profondo del proprio ruolo, delle proprie strategie, del proprio modello organizzativo, della sua unicità assoluta nel mondo di essere associazione politica con dentro saune e cruising bar. Da questo punto di vista, quei bilanci 2006 e 2007 fanno davvero

sorridere, perché raccontano proprio di un mondo che non è irrimediabilmente cambiato, che continua a spendere pochissimo sul fronte della prevenzione, che pecca gravemente di trasparenza, con uno strascico di fortissimi dubbi sulla gestione dell’associazione, dubbi che spero proprio che i dirigenti nei prossimi giorni vorranno dissipare, accogliendo quell’invito alla replica che naturalmente la redazione gli ha offerto ieri. E’ per questo che su quei due bilanci, come prossimamente su quello che l’associazione domani licenzierà in un Consiglio Nazionale a Bologna, si è concentrata e si concentrerà la nostra attenzione.

Questo – deve essere però altrettanto chiaro – non ci deve però indurre a buttare via il bambino con l’acqua sporca, come molti lettori auspicano. Arcigay è una associazione che va riformata e lo faranno – speriamo – i suoi organi democraticamente eletti. Ma è anche tanto tessuto di volontariato, da Torino a Bari, da Bolzano a Palermo, che non va buttato via, ma anzi va valorizzato: ragazze e ragazzi che senza vedere l’ombra di un quattrino rispondono a numeri di informazione, danno una mano a ragazzi in difficoltà a causa del loro orientamento sessuale, fanno iniziative di informazione nelle scuole, realizzano convenzioni con le ASL locali per la prevenzione dell’AIDS. A loro sarà dedicata la prossima puntata dell’inchiesta su Arcigay, perché è la parte dell’associazione più bella, più fresca, che va premiata e salvata, fosse solo che è – permettetemi – uno dei pochi esempi di solidarietà e generosità in un mondo lgbt che – per usare un eufemismo – è più attento ad altro.

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