PERICOLO ZONE PROIBITE. 2) L’EGITTO

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Nessun problema per gli occidentali, ma per gli egiziani essere gay significa arresto, torture, processo, condanna. Insorgono le associazioni a difesa dei diritti: 'Turisti, non andate in Egitto'.

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"Boicottate l’Egitto". Con questa esortazione la maggior parte delle associazioni di diritti umani e gay reagiscono alla sentenza che ieri ha condannato 23 dei 52 uomini imputati nel processo antigay del Cairo a pene de uno a cinque anni di reclusione. Amnesty International, Al Fatiha, la più grande organizzazione di omosessuali musulmani (clicca qui per l’articolo relativo), Arcigay italiana e GayEgypt.com, hanno invitato la comunità omosessuale internazionale a escludere completamente l’Egitto dalle mete del turismo gay: se questa azione di boicottaggio riuscirà, il costo di questo verdetto di colpevolezza per l’industria del turismo egiziana sarà devastante. Secondo alcune previsioni sul numero di turisti che potrebbero decidere di non andare in Egitto, il governo si troverebbe ad affrontare un mancato afflusso di denaro nella nazione pari a circa 500 milioni di dollari in un anno, più di mille miliardi di lire.

Dopo la sentenza, le organizzazioni a difesa dei diritti gay sono insorte: l’International Gay and Lesbian Human Rights Commission ha fatto appello al presidente egiziano Mubarak (foto) perché conceda la grazia ai condannati, e chiede la liberazione immediata di quelli giudicati innocenti. L’ILGA-Europe si è detta "sconvolta" dal verdetto, e ha annunciato che farà pressioni presso tutte le massime cariche della Unione Europea perché l’Egitto cessi ogni violazione dei diritti umani. SOS Homophobie, associazione francese che lotta contro i soprusi a danno dei gay (clicca qui per l’articolo relativo), ha accusato il governo egiziano di stigmatizzare l’omosessualità presunta o reale per distogliere l’attenzione della popolazione dai problemi economici, e di aver condannato i gay o presunti tali per dare un segno di fermezza agli integralisti islamici.

La tormentata vicenda ha avuto inizio la notte dell’11 maggio scorso, quando la Polizia ha fatto irruzione in una discoteca galleggiante sul Nilo al Cairo, la "Queen Boat" (foto), che si sospettava ospitasse una informale festa gay.

Molti clienti sapevano che si trattava di una serata gay, anche se non era stata pubblicizzata come tale. La polizia ha arrestato i frequentatori egiziani, lasciando indisturbati quelli stranieri. Cinquantadue uomini, tra i quali persino un ragazzo di 15 anni, che ha sempre dichiarato di non essere stato alla Queen Boat, sono stati torturati e picchiati.

La prigione di Tora, nota al Cairo per essere luogo di tortura e di infezioni epidemiche, ha ospitato i 52 uomini per i sei mesi che sono passati dal loro arresto fino al verdetto finale di ieri 14 novembre. Pare che gli uomini, giunti nella prigione, siano stati costretti a definirsi "attivi" o "passivi" e che siano stati divisi in celle in base a questa distinzione. Nella prigione di Tora non ci sono spazi riservati alle toilette, e i bisogni vengono espletati sotto lo sguardo degli altri detenuti. Molte forme di tortura vengono praticate nelle celle, tra cui pestaggi, elettroshock, bruciature di sigarette e abusi sessuali.

La legge egiziana non vieta l’omosessualità, ma questo processo ha fatto capire in maniera molto chiara che atteggiamento il governo intenda adottare nei confronti della questione dei diritti dei gay. Gli imputati hanno subito un processo, iniziato il 18 luglio a porte chiuse, da molti giudicato iniquo. Anche il comportamento della polizia è stato giudicato da più parti persecutorio. Gli stessi ufficiali di polizia che hanno condotto questo caso erano stati sotto i riflettori un anno fa per un caso quasi identico, risoltosi con una completa assoluzione per mancanza di prove.

Inoltre, numerosi ulteriori arresti di egiziani sospettati di omosessualità sono stati condotti dalla polizia in questi mesi: persino i siti internet sarebbero stati monitorati dalle forze dell’ordine per risalire agli appuntamenti segreti della comunità gay. Anche la stampa egiziana ha seguito il caso con morbosa indiscrezione, rivelando tutto quello che si poteva rivelare della vita degli imputati, senza nessuna tutela della loro privacy. I 52 sono stati ritratti sui giornali come dei pervertiti e immorali, e contro di loro si è scatenata l’opinione pubblica egiziana.

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Il caso dei 52 egiziani è durato sei mesi, e si è risolto ieri, con una condanna di 23 imputati a pene che vanno da uno a cinque anni di carcere e lavori forzati, condanna letta durante un’udienza caotica e rumorosa. Sarah El Deeb, giornalista della Associated Press, ha denunciato che "la maggior parte di loro non è riuscita a sentire che condanna riceveva". Il giudice Mohammed Abdel Karim ha letto le sentenze velocemente, ignorando le proteste degli imputati e dei loro parenti. Ha avuto un momento di piccolo imbarazzo solo quando parecchi imputati hanno urlato "Ci appelliamo a Dio! E’ lui il nostro difensore!".

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