PRIDE A NEW YORK

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Migliaia di persone per le strade a ballare e mostrarsi. Un carosello pubblicitario per divertire il pubblico sfaccendato degli etero. Poche rivendicazioni. Tanto sesso. Le foto.

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How will we know the difference between the power we promote and the power we oppose?
Judith Buttler, Bodies that matters, Routlege 1993. p 241.

NEW YORK (USA) – Il gay pride in NYC? Un carosello pubblicitario per le discoteche e i club del village, una parata per divertire il pubblico domenicale e sfaccendato degli etero. Di rivendicazioni sociali poche poche.

Un solo timido cartello si staglia tra i carrozzoni dei virtuosi brasiliani del travestimento e delle piume: you can’t have queer rights without human rights free Palestine!

Chiaramente la gran parte dei manifestanti sono professionisti del mestiere, ragazzotti da disco, gestori di locali, meravigliose soubrette impiumate e ingioiellate: rent boy fun zone, peruvian gay united, brazilian gay united, portorican gay united… L’attivismo gay qui è talmente capillare che nella parata sfilano perfino le banche, Washinghton Mutual, il corpo di Polizia, le università, NYU, Brown, Princeton, con le loro insegne ufficiali.

Difficile distinguere la linea di demarcazione tra l’attivismo e lo spot pubblicitario, è evidente che se gran parte della clientela di quelle stesse banche, ospedali, università è gay, le corporazioni hanno tutto l’interesse a mostrarsi in prima fila nel Pride. La marcia è comunque vitale, allegra un momento aspettato e architettato durante un intero anno, scatena energie e pensieri positivi, vi si riconoscono ormai in tanti, omosessuali e non, tutti quelli che cercano un’ alternativa alla routine quotidiana del lavoro e dell’ omologazione.

L’atmosfera è davvero molto gay, gay felice, gay spensierata, joyful, happy, wonderful! Sono molti gli straight, gli etero, i dritti (!) che per qualche dollaro o semplicemente just for fun si accodano alla festa. Questo è bello. Sembra che la gayetà venga preservata come una risorsa preziosa della city, un suo indispensabile attributo, un po’ come la maratona.

V’è un gran parlare nelle università e negli ambienti accademici della city di Queer theory, Queer performance, Queer literature, Queer politics… gender, women, lesbian, studies… sembra che la city non abbia altro da fare che riflettere su se stessa e sulle sue stesse riflessioni.

Queer da termine denigratorio è asceso a segno distintivo dell’intellighenzia omossessuale. Anche questo è segno di gaytudine, sarcasmo, feroce autoironia e leggerezza. Gli African American scholars probabilmente non si presenterebbero come Nigger intellectuals. Il pensiero Gay qui fa di tutto per uscire dal genere, dall’omosessualità perfino, si propone come un’alternativa possibile alla noia del viver quotidiano fra la miriade che offre la giungla d’asfalto. Why not?

di Ilaria Distante

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